Rassegna Stampa 26 Settembre 2018

5/09/2018 17.00 – Radiocor

Energia: Crippa, incentivi investimenti rinnovabili, 100% produzione al 2050

Decreto in dirittura d’arrivo, al lavoro su provvedimenti

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 25 set – ‘Oggi pomeriggio al ministero dello Sviluppo economico incontreremo le associazioni di categoria per confrontarci su un decreto che incentivera’ la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Riteniamo giusto premiare ed incentivare chi vuole investire sulle tecnologie che possono portare il nostro Paese a produrre il 100% di energia sostenibile, piuttosto che offrire sussidi per sostenere l’estrazione di combustibili fossili. Queste attivita’ non hanno alcun effetto positivo sul fabbisogno energetico dell’Italia, ma possono produrre rischi ambientali importanti per i territori che sono costretti ad ospitarle”. Lo dichiara il Sottosegretario allo Sviluppo economico, Davide Crippa, prima dell’incontro oggi al ministero. “Il primo decreto e’ in dirittura di arrivo e stiamo lavorando ad altri provvedimenti. Siamo convinti di potercela fare per

raggiungere l’obiettivo del 100% entro il 2050′ aggiunge.

26/09/2018 – Italia Oggi

Dura lite sul ponte di Genova

Accusa M5s-Lega: la Ragioneria dello Stato blocca il decreto. La replica: cerchiamo i fondi
E per il crollo Toninelli denuncia Autostrade. Vaccino libero

di Franco Adriano

Il testo del decreto per Genova, dopo il crollo del ponte Morandi, è fermo alla Ragioneria dello Stato perché è giunto «senza le necessarie indicazioni sugli oneri». Le affermazioni delle «autorevoli fonti» del ministero dell’Economia si sono divulgate in un battibaleno suscitando le sdegnate reazioni dell’opposizione. Dopo gli attacchi ai tecnici da parte della maggioranza, gli stessi tecnici di via XX Settembre stanno bloccando il provvedimento del governo Conte: è l’esplicita accusa di esponenti della maggioranza e del governo. Nessun blocco, stiamo soltanto cercando i fondi. Solo dopo il Dl potrà essere bollinato e trasmesso al Quirinale, è la replica del Mef. La Ragioneria generale dello Stato non ha bloccato il decreto, ma lo sta sbloccando, si precisa ancora in un crescendo vertiginoso del conflitto istituzionale.

L’opposizione tutta ha intinto la penna nel veleno: «Sul decreto Genova il governo ha perso la faccia e la dignità. Dal ministero dell’Economia, attaccato senza vergogna da Luigi Di Maio per tentare di coprire l’incapacità sua e del suo degno amico Danilo Toninelli, fanno sapere di essere ancora alla ricerca delle coperture dei costi», scrive Giorgio Mulè, portavoce dei parlamentari di Fi. «Fa ribrezzo rivedere il presidente del consiglio sventolare a Genova i fogli quasi due settimane fa dicendo che il decreto era definito e pronto: aver preso in giro i genovesi e con loro tutta l’Italia è un atto repellente. La conclusione è senza appello: una banda di bugiardi e incapaci ha tradito Genova», ha rincarato la dose. Dello stesso tenore anche le dichiarazioni del Pd. In serata si è realizzata una sorta di pace armata fra via XX Settembre e palazzo Chigi. Nelle prossime ore (stanotte o domani mattina) dovrebbe esserci la bollinatura quindi la trasmissione al Quirinale, hanno precisato mediante le agenzie di stampa le solite fonti del Mef, aggiungendo che l’interlocuzione tra amministrazioni ha portato risultati. Tanto che «i suggerimenti sulle coperture elaborati dalla Ragioneria generale dello Stato sono in corso di recepimento nell’articolato». «Mi auguro di vedere al più presto il decreto Genova e che dentro ci sia tutto quello che abbiamo chiesto al governo. Abbiamo avuti riscontri positivi, se non ci sarà tutto quello che abbiamo chiesto ritorneremo alla carica», ha tagliato corto il sindaco di Genova, Marco Bucci.

E mentre sul futuro ponte di Genova si consuma lo scontro a Palazzo, nella relazione della commissione ispettiva del ministero dei Trasporti si scarica tutta la responsabilità per il crollo del ponte Morandi su società Autostrade. Le misure per prevenire il crollo del viadotto Polcevera erano «inappropriate e insufficienti vista la gravità del problema», si legge. Inoltre, la valutazione di sicurezza richiesta ad Autostrade «non è stata eseguita». Così, il ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli ha annunciato: «Ci costituiremo parte civile appena ne avremo facoltà, ossia in sede di udienza preliminare, dopo che la Procura avrà esercitato l’azione penale mediante la formulazione dei capi di imputazione». La replica di Autostrade è altrettanto determinata affermando in sostanza che tutte le informazioni a disposizione di Autostrade erano le stesse a disposizione del ministero delle Infrastrutture: «Le responsabilità ipotizzate dalla Commissione» ispettiva del Mit «non possono che ritenersi mere ipotesi ancora integralmente da verificare e da dimostrare, considerando peraltro che il comportamento della concessionaria è stato sempre pienamente rispettoso della legge e totalmente trasparente nei confronti del concedente».

«Non siamo contro i vaccini, siamo favorevoli. Ma lo strumento dell’obbligo va utilizzato in maniera intelligente». Lo ha ribadito il ministro della Salute, Giulia Grillo, spiegando che «sicuramente è necessario l’obbligo sul morbillo, a differenza di altre patologie per le quali è sufficiente la raccomandazione, come accade in altri paesi. Penso, ad esempio, all’esavalente». «Ci siamo opposti al decreto Lorenzin, perché il nostro obiettivo, sia come forza politica, sia come governo, è superarlo»

Via libera all’introduzione nel Codice della strada l’obbligo di utilizzare a bordo dei veicoli stradali un dispositivo di allarme volto a prevenire l’abbandono involontario dei bambini piccoli in auto: il cosiddetto disegno di legge seggiolini. Otto i casi di cronaca in Italia negli ultimi dieci anni. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli a luglio aveva assicurato la volontà di intervenire in tempi brevi, il parlamento ha rlicenziato il provvedimento. Il testo modifica l’articolo 172 del codice della strada obbliga il conducente ad «utilizzare apposito dispositivo di allarme volto a prevenire l’abbandono del bambino». Le caratteristiche tecnico-costruttive e funzionali del dispositivo saranno definite con decreto del ministero delle Infrastrutture entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge. Le nuove disposizioni si applicano decorsi centoventi giorni dall’entrata in vigore del decreto del Mit con le specifiche tecniche e comunque a decorrere dal 1° luglio 2019. Potrebbero intervenire agevolazioni fiscali per l’acquisto dei dispositivi di allarme. L’assenza del sistema di allarme anti-abbandono è punita con una sanzione da 81 a 326 euro. Nel caso di due multe nell’arco di due anni è prevista la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi.

«Un anno fa ero qui a dirvi cosa avremmo fatto, oggi sono qui davanti a voi per parlarvi degli straordinari progressi che l’America ha fatto». Il presidente Usa Donald Trump, nell’intervento all’Assemblea dell’Onu, ha affermato: «Rigettiamo la dottrina del globalismo» riferito agli squilibri sul fronte dei rapporti commerciali degli Usa con gli altri paesi, che hanno innescato l’ondata di dazi alla base della politica protezionistica della Casa Bianca.

Dopo l’approdo dei 58 migranti di Aquarius, un accordo fra Francia, Spagna, Germania e Portogallo si occuperà dell’accoglienza. Parigi ha negato il porto di Marsiglia, chiedendo lo sbarco a Malta e attaccando l’Italia perchè «il porto sicuro più vicino». Eurostat ieri ha segnalato il calo record delle domande di asilo in Italia: meno 60% l’anno, meno 20.500 nel secondo trimestre. Salgono invece in Spagna e Grecia.

Paura nel pisano, con circa 700 persone sfollate tra i comuni di Calci e Vicopisano, per un vasto incendio che sta colpendo il monte Serra. Circa 600 ettari andati a fuoco. La procura di Pisa sta indagando per un incendio doloso. Chiuso anche l’aeroporto Galilei.

È stato ritrovato morto a Castello di Serravalle, nel bolognese il sedicenne Giuseppe Balboni, residente a Zocca nel modenese scomparso da lunedì. La procura per i minorenni sta indagando sull’ipotesi di omicidio.

Biscotti, vestiti, birre, integratori per animali, mattoni. Dai 30 ettari coltivati a canapa in Italia, nel 2009, si è passati a 300, in soli cinque anni. E per il 2018 ne sono stimati circa 4 mila, grazie alla circolare del ministero dell’Agricoltura. Milano ospiterà la seconda edizione del Salone internazionale della canapa dal 28 al 30 settembre. E se l’edizione 2017 ha raccolto 50 espositori distribuiti in mille metri quadrati, quest’anno ci sono già 120 aziende e lo spazio della fiera sarà di 4.500 metri quadri. Attesi 20 mila visitatori.

Ieri una piantagione di canapa indiana con oltre 850 arbusti è stata sequestrata a Careri, in Calabria, dai carabinieri. La coltivazione è stata individuata dai militari nella frazione di Natile Superiore.

Una giovane di origine marocchina è stata sequestrata, a Milano, da un tassista abusivo che avrebbe dovuto accompagnarla a casa dopo la discoteca e che invece l’ha costretta a seguirlo nella sua abitazione a Corsico (Milano) dove l’ha violentata. L’uomo, anch’egli marocchino, è stato rintracciato dai carabinieri e arrestato con l’accusa di violenza sessuale, rapina e sequestro di persona.

Michael Kors ha annunciato di aver siglato l’accordo definitivo per acquisire tutte le azioni di Gianni Versace Spa per un 1,83 miliardi di euro, circa 2,12 miliardi di dollari.

26/09/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Ponte Genova/2. Autostrade respinge le accuse: «Test accurati, nessun tecnico (anche esterni) segnalò rischi»

A.A.

Né i nostri ingegneri né il Politecnico Milano né il Provveditorato o il Mit ritenevano il ponte a rischio, per questo non l’abbiamo chiuso al traffico

Le indagini sullo stato di conservazione e rischio del ponte Morandi sono state fatte con tutta l’accuratezza tecnicamente possibile, e «le analisi diagnostiche hanno avuto una valutazione di non pericolosità da parte di tutti tecnici, interni ed esterni alla società, che hanno potuto esaminarli». Autostrade per l’Italia respinge le accuse contenute nella relazione della Commissione ispettiva del Ministero delle Infrastrutture sul crollo del viadotto Polcevera, pubblicata martedì 25 settembre.
«Per quanto riguarda la contestazione di mancata accuratezza del progettista nel valutare lo stato di conservazione degli stralli – scrive la società del Gruppo Atlantia – che sarebbe stata frutto di una valutazione ottimistica e non basata su un’analisi diretta della riduzione della sezione, le strutture tecniche della società ricordano che le analisi sugli stralli affogati nel calcestruzzo erano possibili solo per via indiretta attraverso le prove riflettometriche».
«Le analisi diagnostiche – prosegue la nota di Aspi – erano allegate al progetto ed hanno avuto una valutazione di non pericolosità da parte di tutti i tecnici, interni ed esterni alla società, che hanno potuto realizzarle ed esaminarle». Secondo la relazione della Commissione Mit, Autostrade aveva tutti gli elementi per valutare il grave rischio e limitare il traffico. «Circa la contestata scelta – risponde Aspi – contenuta nel progetto, di eseguire i lavori in costanza di traffico, la società ricorda che le modalità operative previste dal progetto approvato dal Ministero nel 2018 erano analoghe a quelle seguite negli anni 1991-1993 per interventi analoghi e mai contestate, e che queste comunque prevedevano varie fasi di chiusura del ponte al traffico. Tutto questo in assenza di elementi di urgenza e di rischio».
«Circa invece la contestata decisione di non chiudere al traffico il ponte – aggiunge Autostrade – si ricorda che tale decisione non è stata assunta dal Direttore di Tronco di Genova (di Aspi, ndr), non sussistendo allo stato le condizioni di rischio che la giustificassero sulla base delle analisi e dei monitoraggi eseguiti». Autostrade insiste proprio su questo: i test sono stati accurati, di più tecnicamente non si poteva fare. Il progetto di manutenzione, fatto dagli ingegneri di Spea (società controllata) ma verificati anche da tecnici esterni e dal Provveditorato e dal Ministero, non ha fatto emergere allarmi da parte di nessuno.
«Inoltre – aggiunge la nota della società – sono integralmente rigettate dalla società le contestazioni sull’inadeguatezza delle procedure di controllo da sempre applicate, attraverso il contratto di convenzione con Spea attivo dal 1985. Il sistema di controllo, sottoposto all’esame del Concedente ancora nel 2017, è totalmente conforme con gli obblighi di legge e non è mai stato oggetto di alcun rilievo da parte del Concedente». C’è poi il nodo della valutazione di sicurezza antisismica, che secondo il Mit doveva essere fattada Aspi ex Opcm 3274/2003, e invece non è stata fatta: «Tale documento – scrive la nota Aspi – è prescritto soltanto per infrastrutture situate nelle zone sismiche 1 e 2, mentre non è prescritto nelle zone 3 e 4 al cui interno è collocato il Ponte Morandi. È importante precisare anche che la comunicazione inviata dalla società al Ministero il 23 giugno 2017, citata dalla relazione come addebito omissivo, aveva tutt’altro oggetto riguardando i criteri di monitoraggio e non la valutazione della sicurezza».
Per quanto riguarda infine l’accusa – nella relazione Mit – di aver fatto pochi interventi di manutenzione, la società «ricorda di aver speso circa 9 milioni di euro negli ultimi 3 anni e mezzo per aumentare la sicurezza del ponte e che nel periodo 2015-2018 sono stati realizzati sul ponte ben 926 giorni-cantiere, pari ad una media settimanale di 5 giorni-cantiere su 7. Circa la contestata interruzione di interventi strutturali sul viadotto dopo il 1994, a seguito della realizzazione di interventi molto importanti negli anni precedenti, la società ricorda – sulla base delle informazioni fornite dalle strutture tecniche – che gli interventi effettuati prima del 1994 erano essenzialmente correttivi di errori di progettazione e di costruzione del Ponte Morandi, superati appunto con l’intervento del 1994. Da allora la situazione è stata costantemente monitorata dalle strutture tecniche ed ha portato nel 2015 alla decisione di realizzare l’intervento di retrofitting del ponte».
Per quanto concerne le accuse della relazione relativamente ai tempi di progettazione dell’intervento di retrofitting troppo lunghi, alla gestazione esclusivamente interna del progetto e alla non accuratezza della programmazione dei lavori, «Autostrade per l’Italia ricorda che allo sviluppo del complesso progetto hanno contribuito – oltre a Spea – il Politecnico di Milano e la società Edin. Nessun elemento di rischio e urgenza è emerso dai progettisti, né dalla Commissione del Provveditorato alle Opere Pubbliche che ha valutato e approvato il progetto».
Per quanto concerne le accuse della relazione relativamente ai tempi di progettazione dell’intervento di retrofitting troppo lunghi, alla gestazione esclusivamente interna del progetto e alla non accuratezza della programmazione dei lavori, «Autostrade per l’Italia ricorda che allo sviluppo del complesso progetto hanno contribuito – oltre a Spea – il Politecnico di Milano e la società Edin. Nessun elemento di rischio e urgenza è emerso dai progettisti, né dalla Commissione del Provveditorato alle Opere Pubbliche che ha valutato e approvato il progetto». © RIPRODUZIONE RISERVATA

26/09/2018 – Il Fatto Quotidiano

Il decreto (forse) al Quirinale con la revoca anti-Benetton

Dopo 13 giorni, Colle permettendo, il testo per Genova è pronto. Problema: estromettere il concessionario dai lavori può complicare la ricostruzione
Alle cinque della sera, come García Lorca, il Tesoro diffonde la sua nota informale in cui dice, in sostanza, che il decreto per Genova arrivato al ministero “è giunto agli uffici in una versione molto incompleta” e per questo non viene ancora “bollinato” e inviato al Quirinale nonostante sia stato approvato il 13 settembre, quasi due settimane fa. Alle sette della sera, invece, arriva quella di Palazzo Chigi, che annuncia che i lavori sul decreto al Tesoro sono finiti, che tutte le spese sono coperte (tranne qualcosa per gli anni a venire, che verrà sistemato con la prossima manovra) e che il testo “sta per essere inviato al Quirinale”. Messa così, pare più l’ ennesima scaramuccia tra Movimento 5 Stelle e alta burocratja del ministero che una questione vera. Insomma, non siamo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma almeno il misterioso decreto per Genova esce dalla nebbia. Sulla bizzarria di questa procedura legislativa abbiamo già scritto più volte nei giorni scorsi: l’ ultima bozza circolata è radicalmente diversa tanto rispetto a quella analizzata e votata dal Consiglio dei ministri, quanto dalla seconda che aveva riscritto quell’ antico manufatto. Non è così che si dovrebbe fare, nonostante la foglia di fico del via libera “salvo intese”: da regolamento i ministri dovrebbero avere esatta contezza di quel che votano in Consiglio. Ora la palla passa al Quirinale, dove aspettano il testo per esaminare con attenzione almeno due cose, entrambe presenti nell’ ultima bozza: il ruolo di Autostrade nella ricostruzione (una sostanziale revoca d’ imperio andrebbe valutata, dicono, alla luce dell’ articolo 47 della Costituzione, che tutela il risparmio) e le modalità di affidamento degli appalti (in relazione alla normativa europea). D’ altronde è su questi due aspetti che il decreto s’ è incagliato per due settimane e sempre questi due aspetti rischiano di gettare Genova nel caos nelle prossime. L’ ultima versione del testo, infatti, è fedele alla linea pubblica dei 5 Stelle: “Autostrade non ricostruirà il ponte Morandi”. Il decreto prevede l’ estromissione totale per il concessionario della A10 Genova-Savona: resta – per la società controllata da Atlantia – l’ obbligo di versare entro un mese dalla richiesta del commissario straordinario il suo obolo alla ricostruzione, ma si prevede pure che nessun lavoro (dalla progettazione alla demolizione alla ricostruzione) possa essere assegnato a società partecipate a qualunque titolo da concessionarie di strade a pedaggio. Insomma, le aziende nell’ orbita della famiglia Benetton non dovrebbero poter muovere nemmeno una carriola di terra. E qui c’ è il vero nodo di questa vicenda: si avvia una sorta di revoca di fatto della concessione pur non esplicitandola. Il testo del “contratto” tra ministero delle Infrastrutture e Autostrade per l’ Italia è infatti chiaro nell’ indicare nella concessionaria la “stazione appaltante” dei lavori sulla rete stradale. Se la concessione è in vigore, insomma, scavalcare Benetton e soci sarà assai difficile: è inevitabile che si finirà in tribunale. Non solo: se Autostrade viene esclusa dalla ricostruzione, è difficile che versi volontariamente i soldi per il nuovo ponte come previsto dal decreto. È vero che al commissario sarà consentito di indebitarsi, ma il mutuo va comunque “coperto” e questo ha complicato il lavoro del Tesoro. A un certo punto bisognerà comunque aprire l’ interlocuzione con Autostrade: ieri girava, non verificata, la voce di un incontro pomeridiano tra Toninelli e l’ ad Castellucci. Quanto alla modalità di assegnazione degli appalti, l’ ultima bozza del testo governativo non si affida più ai superpoteri del commissario – poco digeribili secondo le norme Ue – ma all’ articolo 63 del codice degli appalti che, in casi di emergenza, consente una procedura negoziata in cui si invitano a presentare offerte almeno cinque aziende in grado di realizzare l’ opera. L’ intera procedura, nelle intenzioni dell’ esecutivo, dovrà essere gestita dal commissario straordinario, che sarà nominato dopo la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale: si fanno i nomi, tra gli altri, del giurista Alfonso Celotto, ex capo di gabinetto della ministra Grillo, e di Titti Postiglione della Protezione civile. Marco Palombi

26/09/2018 – La Stampa

Cinque bozze in due settimane Toninelli litiga con il suo staff Si complica il rebus commissario

Giuristi sotto pressione per gli annunci del ministro. Imbarazzo a Palazzo Chigi. Gelo con Cantone
S ono cinque le bozze del decreto Genova vorticosamente girate tra i ministeri (e non solo) nelle ultime due settimane. La redazione dei testi legislativi non è mai semplice. Due giorni fa un alto magistrato, a lungo negli staff ministeriali, interpellato da un deputato perplesso citava Bismarck: «Meno le persone sanno come vengono fatte le salsicce e le leggi, meglio dormono la notte». Ma qui a dormire i primi sonni agitati della legislatura è il governo gialloverde. Basta leggere su Facebook i 6500 commenti furibondi con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli che, postando una foto del ponte Galata di Istanbul, dà dell’ ignorante e chi lo critica e auspica anche per il nuovo Morandi ristoranti e movida. Peccato che il Galata, per tacere il resto, non sia un ponte autostradale. Al di là delle veline contro i ragionieri del ministero dell’ Economia, la definizione corrente della vicenda è ormai «pasticcio». Di Maio e Toninelli avevano fin dall’ inizio avocato la gestione del caso Genova, prendendo due impegni ripetuti e solenni: togliere la concessione ad Autostrade ed escluderla dalla ricostruzione. Affidata urbi et orbi a Fincantieri, anche se esperta di navi e non di ponti, in quanto impresa a controllo pubblico (il che in materia di appalti è irrilevante: trattasi di Spa quotata in Borsa, quindi azienda come tutte le altre). Sia gli alleati che i giuristi degli uffici legislativi avevano suggerito prudenza, per diverse ragioni. Primo: non si può cancellare una concessione per decreto, senza un preliminare accertamento di cause e responsabilità del crollo. Secondo: non si può assegnare un lavoro pubblico, per giunta così rilevante, d’ imperio e senza gara. Terzo: una soluzione giuridicamente fragile avrebbe esposto a contenziosi decennali e assai onerosi. Nei giorni scorsi Giancarlo Giorgetti aveva dato voce alla frustrazione che si era diffusa negli ambienti di governo, non solo leghisti. La riduzione del danno era diventata l’ unico obiettivo praticabile, mentre le bozze si moltiplicavano e si avviava un’ avventurosa trattativa con l’ Ue a caccia di una deroga impossibile. Giorgetti aveva ottenuto che si separassero le due questioni: concessione (su cui resta in piedi la procedura amministrativa) e ricostruzione. Ma sul resto Toninelli aveva tirato dritto. Vane le obiezioni dei due fini giuristi che ha chiamato al ministero. Come capo dell’ ufficio legislativo Alfredo Storto, stimato giudice del Tar Lazio con esperienza sia nei ministeri che alla presidenza del Consiglio. Come capo di gabinetto Gino Scaccia, costituzionalista che ha lavorato anche alla Consulta. Negli ultimi giorni, tra ministro e staff si registra una crisi di fiducia. Da un lato Toninelli imputa ai tecnici di non aver tradotto con determinazione e rapidità le sue indicazioni in un testo normativo. Dall’ altro i giuristi lamentano la difficoltà di inseguire gli annunci politici con norme corrette. Solo nella tarda serata del 21 settembre, dopo l’ ennesima riunione, compare nella bozza la formula dell’ appalto a trattativa ristretta con cinque aziende invitate. Una soluzione di compromesso che i tecnici rimettono «a valutazione politica» per evitare un frontale con il Quirinale. Ma passano altri 4 giorni prima che Toninelli accetti la «riduzione del danno». Anche il dipartimento legislativo di Palazzo Chigi era consapevole delle falle del decreto. Ma chi si attendeva dal premier, giurista anch’ egli, una moral suasion nei confronti di Toninelli è rimasto deluso. Nulla ha potuto fare il Quirinale, in assenza di una preventiva consultazione informale, come da prassi per i decreti. E nulla ha potuto dire l’ Autorità anticorruzione, che Toninelli non ha ritenuto di consultare e di cui sono noti i dubbi su forzature delle regole degli appalti. Del resto i rapporti tra governo e Anac sono ai minimi termini. Non stupisce, in questo contesto, che a 43 giorni dal crollo non ci sia non solo il nome del commissario, ma nemmeno il profilo (che di regola dovrebbe precedere la definizione dei poteri in un decreto). Nel governo ci sono idee diverse anche su questo. C’ è chi vuole un politico, possibilmente del territorio (il sottosegretario leghista Edoardo Rixi). Chi – i grillini – una figura terza e forestiera. Diversi i nomi sondati, dal costituzionalista Alfonso Celotto all’ architetto Iolanda Romano. Ma con quali regole d’ ingaggio? Con quali margini di indipendenza da un ministro così interventista? Dallo staff filtrano timori che la ricerca si riveli più complicata del previsto. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. GIUSEPPE SALVAGGIULO

26/09/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Decreto Genova/2. Terzo Valico, niente più soldi per il 6° lotto. E il Mit congela anche il 5°

Giorgio Santilli

I nuovi fondi scompaiono dal decreto – Rfi non procede con il 5° lotto (finanziato dal Cipe) in attesa dell’analisi costi-benefici

Il governo gialloverde assesta un altro colpo durissimo al Terzo valico ferroviario fra Milano e Genova. Il decreto legge sull’emergenza causata dal crollo di Ponte Morandi cancella infatti lo stanziamento da 791 milioni destinato a finanziare il sesto lotto della grande opera ferroviaria (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) . Una mossa non annunciata che ha immediatamente preoccupato il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti. «Il Terzo Valico deve andare avanti e con convinzione», ha detto Toti, aggiungendo poi che «il ritardo nell’erogazione dei fondi, se dovesse comportare anche un minimo ritardo nei lavori del Terzo valico, sarebbe un ulteriore imperdonabile danno per la città di Genova prodotto dalle politiche di questo governo che non comprendo».

Ma a preoccupare non è solo il decreto legge. La frenata sul Terzo valico va infatti oltre la norma inserita a sorpresa sul sesto lotto.

Ci sono 1.060 milioni destinati al quinto lotto dell’opera che hanno completato il complesso iter di autorizzazione e che sono disponibili per essere spesi. Questo specifico stanziamento, infatti, è già stato assegnato dal Comitato interministeriale per la politica economica (Cipe) e anche bollinato dalla Corte dei Conti. Ora è di fatto fermo in attesa di uno sblocco del ministero delle Infrastrutture.

Manca infatti formalmente soltanto la firma dell’atto da parte di Rete ferroviaria Italia, la stazioni appaltante dell’opera, che in questo momento evita di dare seguito in attesa che si completi l’analisi costi-benefici che il ministero delle Infrastrutture ha imposto anche su questa opera come su tutte le altri grandi opere. Era stato il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, d’altra parte, a imporre ai funzionari ministeriali e ai dirigenti delle società pubbliche “controllate” dal Mit l’altolà a ulteriori passaggi autorizzativi o contrattuali sulle singole opere oggetto di analisi costi-benefici.

Occorre ricordare che – nella stagione delle project review prima e delle infrastrutture in stand by per le analisi costi-benefici ora – il Terzo valico è praticamente l’unico grande cantiere che “tira” davvero, brucia cassa per 350-400 milioni l’anno (e potrebbe arrivare a 600 milioni secondo i piani nel giro di un anno), produce Pil, alza l’asticella degli investimenti pubblici, crea occupazione. È l’opera che unirà Genova a Milano e alla Pianura padana, realizzando il collegamento ferroviario di cui il primo porto italiano ha bisogno per importare ed esportare merci in Europa. Un’opera largamente richiesta dal tessuto economico e imprenditoriale ligure. Sospendere quest’opera o rallentarla significa dare un ulteriore colpo agli investimenti pubblici.

Nel quadro attuale degli investimenti ferroviari c’è infatti solo un’altra grande opera che “tira”, il tunnel del Brennero, ma è noto che una parte rilevante di quell’opera è in territorio austriaco. Ferma la Torino-Lione, ancora in corso di ridefinizione progettuale la Brescia-Padova, il Terzo valico spinge la locomotiva Fs.

L’opera vede attualmente in piena attività quattro lotti. Il primo lotto è ormai a uno stato di avanzamento dell’87% circa. Il secondo è al 70%. Il terzo al 48,5%. Il quarto al 20%.

Il quinto e il sesto sono fermi e questo può comportare effetti pesanti in termini di occupazione. Il Cociv, il consorzio realizzatore guidato da Impregilo e attualmente commissariato, ha già comunicato che, nel caso non si dovessero sbloccare i finanziamenti del quinto lotto in tempi rapidi, non si potrebbe dare seguito al cronoprogramma. Questo significa che circa trecento posti di lavoro sono già a rischio di licenziamento: 150 dal 1° ottobre e altri 150 a fine anno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

26/09/2018 – Il Sole 24 Ore

Carcere fino a 5 anni per i subappalti non autorizzati

contratti
L’ avvio dell’ attività in cantiere andrà comunicato anche al prefetto
Ampliamento dei casi nei quali non sarà consentito il rilascio della documentazione antimafia, essenziale per partecipare alle gare. Comunicazioni sulla sicurezza nei cantieri da inviare anche al prefetto. E, soprattutto, inasprimento delle sanzioni per le imprese che fanno ricorso, senza autorizzazione, ai subappalti. Sono gli ingredienti più rilevanti dell’ ampio capitolo del decreto sicurezza dedicato ai contratti pubblici. Sarà punito in maniera molto dura chiunque, nell’ ambito di un appalto, conceda – spiega la relazione illustrativa – «anche di fatto, in subappalto o a cottimo, in tutto o in parte, le opere stesse, senza l’ autorizzazione dell’ autorità competente»: reclusione da uno a cinque anni, contro l’ arresto da sei mesi a un anno previsto nella vecchia norma. Pene più dure anche per il subappaltatore o per l’ affidatario del cottimo non autorizzato: anche in questo caso si arriverà fino a un massimo di cinque anni di reclusione. La semplice contravvenzione diventa, così, un delitto. In questo modo, sarà colpito chi consente a imprese non autorizzate l’ ingresso in cantiere per l’ esecuzione di opere pubbliche. Punta a un monitoraggio più stringente di quanto avviene in cantiere anche la disposizione che cerca di garantire «una maggiore circolarità delle informazioni» in materia. Viene, così, ampliata la platea dei destinatari della segnalazione di inizio attività dei cantieri: viene incluso il prefetto, «quale autorità di Governo che presiede il gruppo di accesso nei cantieri stessi». Viene, infine, allargato il ventaglio delle ipotesi che impediscono il rilascio della documentazione antimafia, essenziale per partecipare agli appalti pubblici: l’ obiettivo è colpire attività delittuose molto frequenti per ottenere il controllo illecito degli appalti. Saranno messe sotto la lente, allora, le persone condannate con sentenza definitiva o, anche se non definitiva, confermata in grado di appello, per i reati di truffa ai danni dello Stato o altro ente pubblico (articolo 640, comma 2, punto 1 del Codice penale) e per quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (articolo 640-bis Codice penale). In questi casi, allora, sarà impedito il rilascio della documentazione antimafia, delle comunicazioni antimafia e delle verifiche antimafia. Impossibile, in sostanza, accedere a una gara pubblica. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giuseppe Latour

26/09/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Astaldi, ipotesi concordato in bianco dopo l’addio al piano di ricapitalizzazione

Laura Galvagni e Marigia Mangano

Soluzione al vaglio del Cda di venerdì. La crisi in Turchia ha fatto saltare la vendita del ponte sul Bosforo, e a cascata il Piano

Una decisione formale non è ancora stata presa ma un orientamento c’è già: Astaldi è pronta a valutare lo strumento del concordato in bianco. L’ipotesi sarà al vaglio del consiglio di amministrazione che si terrà tra due giorni. Secondo fonti finanziarie, la strada del concordato prenotativo avrebbe diversi vantaggi stante soprattutto la ripartizione dell’indebitamento dell’azienda.
Astaldi si trova a dover fare i conti con un debito per cassa di 2,5 miliardi (900 milioni di bond più 1,6 miliardi di linee di credito) più linee di bondistica, ossia di garanzie legate a progetti internazionali, per altri 1,7 miliardi. A cui si sommano 500 milioni di revolving credit facility. Un’esposizione rilevante a cui il gruppo, complice una contemporanea crisi di liquidità e l’impossibilità di dar seguito al vecchio progetto di rafforzamento patrimoniale, non riesce più a far fronte. Di qui la necessità di ricorrere a uno strumento, il concordato in bianco, capace di tutelare al meglio, in questa fase, società e creditori. L’iter prevede che una volta depositata la richiesta Astaldi abbia tra i 120 e i 180 giorni di tempo a disposizione per decidere se procedere con un concordato preventivo oppure fare ricorso all’articolo 182 bis (o septies), che prevede il raggiungimento di un’intesa di tipo negoziale, ma con garanzie costituite da una verifica e da un’omologa del tribunale. Il progetto deve essere gradito ad almeno il 60% dei creditori, considerando anche i privilegiati, e normalmente si utilizza sia per liquidare l’impresa che per continuare l’attività.
Il gruppo è alle prese con una complessa crisi aziendale da diverso tempo. La scorsa primavera ha deliberato un piano di rafforzamento patrimoniale da 2 miliardi, con annesso aumento di capitale da 300 milioni, ormai di fatto non più attuabile. Questo perché la ricapitalizzazione è legata a doppio filo alla cessione del terzo Ponte Sul Bosforo. Operazione che allo stato non sembra poter trovare una veloce conclusione.
C’è già un compratore, un gruppo cinese, e c’è già una trattativa in corso, ma è sui tempi che la partita è disallineata, a tutto svantaggio di Astaldi. Dopo la tempesta valutaria e politica scoppiata in Turchia ai primi di agosto, i cinesi chiedono maggiore flessibilità per chiudere l’affare. Ma l’azienda italiana ha poco spazio di manovra. Non foss’altro perché le banche creditrici, allo stato, hanno chiuso i rubinetti. L’allarme dei creditori, infatti, è agli atti. A ciò si associa anche il fatto che a fine mese scadrà il mandato a Jp Morgan, banca che avrebbe dovuto garantire l’inoptato dell’aumento di capitale da 300 milioni, funzionale tra l’altro all’ingresso dei giapponesi di Ihi. Si spiega così, stante peraltro il fabbisogno di almeno 100 milioni di nuova liquidità, la necessità di metter mano al debito. Tassello cruciale di questa manovra è naturalmente il bond da 750 milioni con scadenza al 2020, a cui si aggiunge un altro bond convertibile da 140 milioni.

Il progetto, nel suo complesso, dovrà anche contemplare un nuovo piano di cessioni che dia ossigeno in tempi brevi alla compagnia. Qualcosa è stato già fatto. La società ha comunicato nei giorni scorsi il perfezionamento della cessione di una quota del 59,4% di Veneta Sanitaria Finanziaria di Progetto, concessionaria dell’Ospedale dell’Angelo di Venezia-Mestre. A questo punto manca il Ponte sul Bosforo e Goi Motorway, asset destinato a finire sul mercato nel 2019 ma che potrebbe diventare oggetto di una cessione lampo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

BOLLETTINO BANDI

Bolzano, appalto da 10,8 milioni per gli uffici ripartizione del personale della Provincia

Alessandro Lerbini

Il progetto dovrà dare risposta a due istanze principali: la flessibilità e la stabilità della forma

Nuovi uffici della Provincia in gara a Bolzano. L’Agenzia per i procedimenti e la vigilanza in materia di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha promosso il bando per la costruzione di un edificio per uffici per la ripartizione del personale in via Renon 5-7-9.
Il valore delle opere è di 10.839.118 euro. Il progetto dovrà dare risposta a due istanze principali: la flessibilità, propria dell’edificio per uffici, e la stabilità della forma, propria dell’edificio pubblico. Il sistema costruttivo è formato da un telaio perimetrale di travi parete sovrapposte che sostengono i solai dei vari piani.
Questa scelta consente di liberare lo spazio interno permettendo la massima flessibilità nella disposizione degli uffici.
Le offerte dovranno pervenire entro il 13 novembre.
© RIPRODUZIONE RISERVATA