Rassegna Stampa 04-06/08/2018

04/08/2018 – Alto Adige

Alperia, una semestrale con un utile di 17,8 milioni

I ricavi raggiungono quota 647,3 milioni di euro con una crescita di oltre il 20% Wohlfarter: «Un risultato ottenuto grazia alla notevole idraulicità di quest’ anno»
La raccolta di tabelle “unità locali 2015”, dà la possibilità di consultare molti dati a livello provinciale. Il tutto pubblicato ieri dall’ Astat, istituto provinciale di statistica. I dati sono raccolti e ordinati per settore di attività economica, classe di addetti e forma giuridica. Inoltre, all’ occorrenza è possibile estrarre alcune tabelle anche a livello comprensoriale e comunale. Le informazioni derivano dal registro statistico delle unità locali delle imprese attive (Asia- unità locali). Sono acquisite attraverso un’ indagine diretta rivolta alle unità locali delle imprese di maggiori dimensioni (Iulgi) e fonti di natura amministrativa, che forniscono dati su imprese e singole unità locali, come: alberghi, ambulatori, bar, depositi, garage, laboratori, magazzini, miniere, negozi, officine, ospedali, stabilimenti, studi professionali, uffici, ecc. BOLZANOIl consiglio di gestione di Alperia Spa ha esaminato e approvato il bilancio consolidato intermedio al 30 giugno 2018. I ricavi complessivi di Gruppo si sono attestati a 647,3 milioni di euro, in notevole aumento rispetto all’ anno scorso (+ 124,6 milioni). Sono stati influenzati, sia dalla notevole idraulicità, verificatasi nel semestre considerato, sia da prezzi sostenuti dell’ energia elettrica; il prezzo medio registrato presso la Borsa elettrica è stato pari a poco meno di 54 euro/MWh, in aumento del 5% circa rispetto al 2017. L’ Ebitda di Gruppo è risultato pari a 93,4 milioni di euro contro 53,2 milioni di euro del primo semestre 2017. L’ utile netto di pertinenza del Gruppo nei primi sei mesi del 2018, è pari a 17,8 milioni di euro ed è stato particolarmente positivo. Il primo semestre 2017 invece, è stato caratterizzato da una perdita pari – al netto di una rettifica su alcuni asset di generazione idroelettrica – a poco meno di 4 milioni di euro. Gli investimenti sono risultati in notevole aumento, ovvero oltre 24 milioni di euro (nel 2017 erano risultati pari a 16 milioni di euro). In particolare sono stati investiti nella distribuzione di energia elettrica, per rafforzare la qualità e la continuità del servizio e nella generazione per l’ ammodernamento delle centrali idroelettriche. L’ indebitamento finanziario netto è in consistente calo rispetto al dato del primo semestre 2017, attestandosi – al 30 giugno 2018 – a 435,9 milioni di euro (al 30 giugno 2017 erano 508,2 milioni). Il patrimonio netto consolidato, inclusivo delle interessenze di terzi, risulta pari – al 30 giugno 2018 – a 1.008 milioni di euro, in riduzione rispetto a quello esistente al 31 dicembre 2017 pari a 1.035 milioni di euro. La variazione risente principalmente – oltre della delibera di distribuzione dei dividendi – degli effetti negativi derivanti dalla prima applicazione, a partire dal 1° gennaio 2018, del nuovo principio contabile internazionale Ifrs 15. In particolare, la diversa modalità di contabilizzazione dei ricavi da contratti di connessione alla rete elettrica ha determinato un effetto negativo sul patrimonio netto per oltre 30 milioni di euro. «Il primo semestre 2018 ha registrato un ottimo risultato di esercizio, che è stato fortemente influenzato dalla notevole idraulicità e da prezzi sostenuti dell’ energia elettrica. Inoltre si è rilevato un contenimento dei costi operativi di Gruppo»,commenta il direttore generale Johann Wohlfarter. «Dopo l’ approvazione dell’ aggiornamento del piano industriale 2017-2021 avvenuta dai competenti organi societari nel maggio 2018, sono state portate avanti le attività rivolte al riassetto societario di Gruppo. Per la prima volta i risultati includono anche il tema dell’ efficienza energetica grazie alla nuova società del Gruppo Alperia Bartucci», spiega il presidente Wolfram Sparber. A causa di un inverno particolarmente ricco di precipitazioni l’ idraulicità è stata notevole. La produzione di energia elettrica, concentrata prevalentemente nella fonte idroelettrica, è pari a 1.940 GWh, in aumento del 37% rispetto allo stesso periodo del 2017. La quantità venduta invece, è pari a 2.892 GWh, sostanzialmente in linea con l’ anno precedente, mentre i volumi di gas si sono attestati a 191 milioni di metri cubi, in leggero calo rispetto al 2017.

04/08/2018 – Il Gazzettino

Risiko d’ asfalto Ora F2i punta sulle autostrade a Nordest

`Il fondo in campo per la Brebemi, nel mirino anche la Brescia-Padova
INFRASTRUTTURE VENEZIA F2i muove decisa sul Nordest. Dopo la lettera-offerta inviata il 27 luglio ai soci di Ascopiave, la multiutility trevigiana a maggioranza del capitale dei Comuni del territorio, il fondo che investe in infrastrutture secondo il Sole 24 ore, punterebbe deciso sulle autostrade. Nel mirino in primo luogo ci sarebbe la quota di Intesa Sanpaolo in Brebemi, l’ arteria tra Milano e Brescia, la cui quota di controllo attraverso la holding Autostrade Lombarde è detenuta dalla banca guidata da Carlo Messina. Ma il piano di F2i sarebbe a più ampio raggio e punterebbe anche alla Brescia-Padova, l’ arteria che è il cuore del traffico del Nordest controllata da Abertis, e quindi oggi dagli spagnoli di Acs insieme ad Atlantia, la capogruppo infrastrutturale dei Benetton. F2i è finora presente nel settore autostradale tramite una minoranza in Infracis, holding che detiene partecipazioni nelle concessionarie Autostrada del Brennero, Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova, Autovie Venete, Autocamionale della Cisa. Ma potrebbe salire al piano superiore della A4 Holding. E incrociare le sue quote con Abertis, socio anche in Brebemi con diritto di prelazione sulla vendita della quota di Intesa. Il progetto per ora solo abbozzato prevederebbe da un lato l’ ingresso di F2i in Brebemi e dall’ altro l’ aumento della partecipazione indiretta di Abertis nello stesso tratto autostradale. F2i, dal canto suo, potrebbe puntare a essere socio di Abertis nella Serenissima. F2i a richiesta di precisazioni si è limitata a un «no comment». Nessuna dichiarazione è stata rilasciata anche dal presidente di Brebemi Francesco Bettoni. UN PUZZLE DI ALLEANZE Si tratta di un nuovo riassetto per il gruppo infrastrutturale guidato da Ravanelli che dopo la chiusura del suo terzo fondo (con 2 miliardi di liquidità) ha avviato un profondo riassetto. È entrato nel settore delle torri di trasmissione e lanciato l’ Opa su Ei Towers grazie all’ alleanza con Mediaset. F2i qualche girono fa ha anche conquistato gli impianti solari di Terra Firma in Italia, cioè Rtr, uno dei più i portanti operatori del settore. Entro la fine del 2018, tutti gli asset fotovoltaici detenuti dal fondo (389 megawatt) verranno conferiti in Ef Solare Italia che diverrà così uno dei principali operatori europei con oltre 800 megawatt di capacità. Ef Solare, principale operatore italiano del comparto, sarà detenuto al 50% dal terzo fondo di F2i. Ma F2i ha manifestato il proprio interesse a rilevare il rimanente 50% della società attualmente detenuto da Enel. F2i è presente anche negli aeroporti e ha manifestato recentemente interesse anche per la privatizzazione dello scalo di Trieste. E poi c’ è l’ offensiva sui servizi locali che ha portato a una manifestazione d’ interesse per Ascopiave, con la proposta di acquisire azioni sopr ail prezzo di recesso fissato a 3,75 euro. Proposta che ha scatenato la reazione di Giorgio Giuseppe della Giustina, presidente di Asco Holding, maggior azionista di Ascopiave. Che in due lettere ai soci ha fatto il punto della situazione, che richiama la necessità di un confronto competitivo per legge sull’ eventuale vendita e, dal punto di vista legale, un parere dello studio BonelliErede nel quale, in sintesi, si evidenzia l’ impossibilità di procedere a vendite di azioni senza gara, ricordando poi le limitazioni alla circolazione delle azioni già in vigore. Maurizio Crema © RIPRODUZIONE RISERVATA

04/08/2018 – Il Sole 24 Ore

Giudici di gara, il Tar Lazio frena il nuovo albo

APPALTI
Un’ ordinanza congela i compensi minimi a un passo dalla partenza
Mare agitato per le commissioni di gara per appalti pubblici di opere, servizi e forniture: il Tar Lazio ha sospeso (ordinanza 2 agosto 2018 n. 4710) il decreto del ministero delle Infrastrutture del 12 febbraio 2018, con il quale sono stati stabiliti i compensi minimi per i commissari di gara. Il provvedimento sopravviene in un momento delicato perché è imminente (dal 10 settembre 2018, secondo il comunicato Anac del 18 luglio) l’ apertura dei termini per l’ iscrizione degli esperti nell’ albo gestito dall’ Autorità. Era quindi tutto pronto per estrarre i nominativi dei commissari di gara dall’ albo, a partire da bandi o avvisi con offerte che scadranno dal 15 gennaio 2019 in poi. La sospensione del Tar è anomala, perché riguarda solo i minimi tariffari, senza intaccare il meccanismo di iscrizione degli esperti o la loro procedura di estrazione a sorte. Il Tar interviene su ricorso di una centrale di committenza che, nell’ organizzare le procedure di gara dei propri aderenti (enti locali appaltatori), si è posta il problema dell’ incapienza delle risorse necessarie per retribuire i commissari di gara. Ogni opera, servizio o fornitura ha infatti un «quadro economico» in cui, tra le varie voci, vi è quella delle «somme a disposizione», che è utilizzata per pagare i commissari di gara (articolo 77 comma 10 Dlgs 50/2016). Finchè i commissari sono interni all’ amministrazione, non vi è un problema di retribuzione, essendo gratuita la loro attività a favore dell’ ente di appartenenza: ma se occorre attingere dall’ albo Anac, diventa necessario applicare le tariffe del ministero, che prevede minimi inderogabili. Ad esempio, come osserva il Tar, per le gare di minore calibro (per opere fino a 20 milioni di euro, servizi fino a un milione di euro ed ingegneria fino a 200mila euro) sono previste retribuzioni di 3mila euro per ogni commissario. Per soddisfare questi minimi, occorrerebbe modificare il quadro economico degli interventi (singoli appalti, servizi o forniture), oppure (come sembra ipotizzare il Tar) ridiscutere la logica dell’ equo compenso e dei minimi inderogabili. È quindi vero ciò che afferma il Tar nella motivazione dell’ ordinanza, che cioè il Dlgs 50/2016 (Codice appalti) non prevede minimi tariffari per i commissari di gara, e che quindi il ministero non poteva inserirli autonomamente; ma è anche vero che il problema dei minimi è vitale per le libere professioni, come prova la vivacità del dibattito sulle prestazioni professionali gratuite (Consiglio di Stato 4614/2017 sul piano urbanistico di Catanzaro). A seguito dell’ ordinanza Tar, allora, i commissari potranno essere remunerati dalle stazioni appaltanti senza l’ obbligo di rispettare i minimi di 3mila euro, lasciando tuttavia trasparire dubbi di correttezza ed imparzialità per lavori sottoremunerati. Ed è possibile che questa sospensione costringa, addirittura, a rivedere parti importanti del nuovo meccanismo. Una via di uscita, ipotizzata tempo fa, potrebbe essere la previsione di un contributo a carico dei partecipanti alla gara, ma la giurisprudenza dello stesso Tar si è espressa in termini sfavorevoli su tale tassa di partecipazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Guglielmo Saporito

04/08/2018 – Italia Oggi

Casellario, certificati selettivi

La stretta contenuta nello schema di decreto delegato che attua la legge 103/2017
Uso da parte della p.a. legato ai singoli procedimenti
Più privacy nell’ uso dei certificati del casellario. La p.a. può farne un uso limitato alle esigenze dei singoli procedimenti. E, se possibile, si deve fare ricorso a certificati selettivi, che estrapolino le informazioni necessarie per ciascun specifico procedimento, escludendo fin dall’ inizio i dati sovrabbondanti e incongrui. È quanto prevede lo schema di decreto legislativo di riforma dell’ ordinamento penitenziario, in attuazione della delega 103/2017. Il casellario è un grande data base, contenente dati particolarmente delicati, tanto che la disciplina dell’ utilizzo degli stessi è sottoposta a un rigido regime restrittivo. La natura di questi dati implica anche una disciplina particolare quanto a termini di conservazione e modalità di consultazione. Su questi profili interviene il decreto legislativo, approvato in via preliminare dal consiglio dei ministri del 2 agosto 2018 (si veda ItaliaOggi di ieri). Privacy. Un grande utilizzatore dei certificati sulla storia penale delle persone è l’ ente pubblico. Lo schema di decreto legislativo rafforza la privacy delle persone, con una regola ispirata al principio di minimizzazione dei dati e di pertinenza rispetto alle finalità. Le pubbliche amministrazioni trattano dati in relazione, per esempio, a procedure di appalto oppure in occasione di concorsi pubblici per l’ assunzione di personale o per la verifica della onorabilità di aspiranti a determinate cariche o funzioni. A tale proposito lo schema di decreto legislativo prevede che i dati acquisiti dalle pubbliche amministrazioni devono essere trattati nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali, aggiungendo che i dati devono essere conservati, elaborati ed utilizzati solo ai fini del procedimento amministrativo cui si riferisce la richiesta. La limitazione dell’ utilizzo implica l’ impraticabilità dell’ utilizzo per finalità ulteriori. Peraltro occorre approfondire se sia o meno possibile un utilizzo riferito ad altre esigenze istituzionali, dal momento che da parte dell’ ente pubblico sia stata acquisita una notizia rilevante. Certificato selettivo. Lo schema di decreto legislativo da un lato accorpa tutti i certificati (generale, penale e civile) in uno solo (certificato del casellario), ma di quest’ ultimo prevede due versioni: una generale e una ristretta (il certificato selettivo). Il certificato selettivo restringe le notizie a quelle connesse e collegate a un determinato procedimento. La questione principale da affrontare ai fini del certificato selettivo è che, per poter fare la selezione, bisogna avere presenti i parametri della selezione stessa. Lo schema di decreto prevede, a questo fine, che le pubbliche amministrazioni procedenti indichino le norme che individuano i reati ostativi al rilascio di un determinato beneficio. Sempre lo schema di decreto prevede forme di collegamento con modalità informatizzata alla banca dati previa convenzione tra ente pubblico e casellario. Questo implica che si formi una griglia dei reati che devono essere estratti automaticamente e altrettanto automaticamente abbinati al nominativo che l’ amministrazione procedente sta verificando. Per realizzare il sistema dei certificati selettivi con canali informatizzati bisognerà aspettare decreti attuativi disciplinanti le misure tecniche. Termini di conservazione. Le iscrizioni al casellario sono eliminate decorsi cento anni dalla nascita della persona, anche se anteriormente deceduta Intercettazioni. IL consiglio dei ministri del 2 agosto 2018 ha approvato lo schema di decreto legislativo sulle spese per le operazioni di intercettazione. Il decreto vuole velocizzare le operazioni di pagamento. In particolare (si veda altro articolo in pagina), chiarisce che la competenza di emettere il decreto con il quale vengono liquidate le spese sia del magistrato dell’ ufficio del pubblico ministero che ha eseguito o richiesto l’ autorizzazione a disporre le intercettazioni. Inoltre si prevede che, quando sussiste il segreto sugli atti di indagine o sulla iscrizione della notizia di reato, il decreto di pagamento sia titolo provvisoriamente esecutivo e sia comunicato alle parti e al beneficiario. ANTONIO CICCIA MESSINA

06/08/2018 – Corriere della Sera

A che punto sono i cantieri in Italia

Appalti: gli enti pubblici hanno riaperto il rubinetto delle risorse. Ma non basta questo a far partire i cantieri. Inoltre il governo sta rimettendo in discussione le vecchie priorità. Risultato: al momento manca una direzione chiara. Partiamo dai dati di fatto. Con la crisi le risorse per gli appalti pubblici sono diminuite. Ma dal secondo quadrimestre del 2017 i fondi sono tornati a crescere. Se nel 2016 sono stati mobilitati 102 miliardi, nel 2017 si è passati a poco meno di 139: più 36,2%. Tradurre queste nuove disponibilità in apertura di cantieri però non è immediato. Di qui la denuncia dei costruttori dell’ Ance che – sul sito sbloccacantieri.it – parlano di 270 opere ferme al palo per un valore complessivo di 21 miliardi di euro. Secondo l’ associazione, se si cominciasse a lavorare ci sarebbero 330 mila opportunità di assunzione. Da notare: i costruttori puntano sempre più spesso il dito contro la «burocrazia» che rallenta l’ inizio dei lavori. Nel mirino c’ è anche il Codice degli appalti. Su questo Ance e ministero dei Trasporti sono sulla stessa lunghezza d’ onda. La riforma del Codice potrebbe essere messa in cantiere già a settembre. Dopo le vacanze si tratterà di scegliere tra due strade. O un intervento light. O lo smantellamento di una normativa in vigore da soli due anni. C’ è meno accordo tra costruttori e governo per quanto riguarda i cantieri avviati. Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli non ha rimesso in discussione solo la Tav Torino-Lione, ma anche la Gronda autostradale di Genova, l’ Aeroporto di Firenze, la Pedemontana lombarda, oltre all’ alta velocità (Terzo Valico, Nodo di Firenze, collegamento tra Brescia e Padova). Di Tav e Tap molto si è detto. Ma prendiamo la Gronda di Genova. L’ opera prevede 23 gallerie. D’ altra parte, però, alleggerirebbe il traffico sulla città di Genova. Nel periodo compreso tra dicembre 2008 e aprile 2009 il progetto preliminare è stato sottoposto a un dibattito pubblico. A settembre 2017 l’ approvazione definitiva. Ora il presidente della Liguria Giovanni Toti ha risposto a Toninelli con un invito: «Sono pronto a fargli da autista nel caotico traffico ligure affinché si convinca». I più soddisfatti di questo nuovo corso dovrebbero essere gli ambientalisti. In realtà la loro posizione è articolata. «Bene che si metta in discussione il gigantismo delle grandi opere degli anni scorsi in funzione di nuove priorità – dice il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini -. Detto questo, l’ alta velocità Brescia-Padova e la Napoli-Bari andrebbero completate. E anche la Torino-Lione potrebbe avere un senso se andasse di pari passo con il passaggio obbligato delle merci dalla gomma al ferro». Rita Querzè

06/08/2018 – Corriere della Sera – Economia

Nomine Ne mancano 161 (più i ripensamenti)

Cassa depositi e prestiti, Ferrovie dello Stato e Rai. L’ infornata di nomine pubbliche è entrata nel vivo, come spesso accade, in piena estate e con la sua coda di polemiche. L’ ultimo arrivato è il consiglio di amministrazione di Sogei, la società di Information e Communication Technology del ministero dell’ Economia: è di venerdì scorso la conferma del consiglio di amministrazione con l’ ad Andrea Quacivi e il presidente Biagio Mazzotta. Ma il dicastero guidato da Giovanni Tria ha ancora 161 poltrone da assegnare tra Enti vigilati e società controllate direttamente o meno. E poi ci sono le Autorità indipendenti: chiusa la pratica dell’ Arera (energia), a novembre tocca all’ Antitrust, dove a scadere non è tutto il collegio ma solo il presidente Giovanni Pitruzzella, che già a ottobre però lascerà per andare alla Corte di Giustizia europea. Mentre il suo segretario generale, Filippo Arena, è stato appena nominato dal ministero dello Sviluppo economico su indicazione del Garante. Intanto il capo del governo, Giuseppe Conte, ha formalmente aperto lo spinoso caso Consob, chiedendo all’ Autorità che vigila su Borsa e Mercati l’ esito degli accertamenti sulla incompatibilità di Mario Nava, nominato presidente dal governo Gentiloni nel dicembre scorso, con il suo precedente incarico di direttore per la Vigilanza finanziaria presso la Commissione europea. Incarico da cui Nava ha chiesto un semplice distacco triennale e non l’ aspettativa per preservare gli scatti di carriera, un trattamento fiscale agevolato sul compenso di 240 mila euro e la possibilità di avanzamenti di carriera e nomine a Bruxelles. Ma nel mirino del M5S, che accusa il neopresidente di aver mantenuto un rapporto troppo stretto con Bruxelles, c’ è anche «la sostanziale immunità nei confronti dell’ ordinamento giudiziario italiano» che gli verrebbe assicurata dalle norme europee sulla mobilità esterna. Intanto i direttori degli Enti vigilati dal ministero dell’ Economia resteranno sulla graticola fino alla fine del mese, quando scadranno i 90 giorni previsti dalla legge sullo spoils system che consente la loro rimozione da parte del governo entrante. Si tratta di Ernesto Ruffini alle Entrate e alle Riscossioni (ex Equitalia), di Giovanni Kessler alle Dogane e Monopoli (che a fine maggio, dovendo optare su richiesta del Csm tra l’ incarico pubblico e il ritorno alla magistratura, ha scelto «sia pure a malincuore» il primo) e del renziano Roberto Reggi al Demanio. Sono state rinviate a questa settimana, probabilmente a giovedì, forse a causa dell’ impasse che si è registrata sulla presidenza della Rai, le nomine previste al Gse (Gestore dei servizi energetici) che amministra gli incentivi all’ eolico e al fotovoltaico, e a Eur Spa, partecipata al 10% dal Comune di Roma. Sul primo il M5S vuole dire la propria: «Ci metteremo al lavoro per riuscire a far diventare questo Paese 100% rinnovabile» è stata la promessa del vicepremier Luigi Di Maio. Per l’ incarico di nuovo ad, al posto di Francesco Sperandini, si è parlato del consigliere di Terna, Luca Dal Fabbro. A Eur spa, società proprietaria dei terreni su cui è sorta la Nuvola di Fuksas, il ceo Enrico Pazzali è alla ricerca di una riconferma. Così come Elisabetta Spitz e Massimo Ferrarese, rispettivamente ad e presidente di Invimit Sgr, la società del Tesoro che, come ha di recente rivendicato il management, gestisce 122 asset cielo a terra, 1.283 unità immobiliari di proprietà dei suoi nove Fondi, cinque dei quali istituiti nell’ ultimo triennio, con un ammontare dei canoni del patrimonio locato superiore ai 27 milioni di euro. Nelle altre società direttamente controllate dall’ Economia, quelle minori come Sga, Sogesid e Studiare sviluppo, è previsto il solo rinnovo dei collegi sindacali. Sono ancora da assegnare invece un buon numero di poltrone tra consigli di amministrazione e collegi sindacali delle società controllate indirettamente. È il caso di Italia Turismo, società di Invitalia, che deve rinnovare entrambi o del collegio sindacale della Banca del mezzogiorno-Medio Credito centrale. C’ è ancora molto da fare tra le società che fanno capo alla Cassa depositi e prestiti: sono previsti nuovi board in Cdp Immobiliare, Cdp Investimenti Sgr, Simest, Residenziale Immobiliare 2004 e in Manifattura Tabacchi per un totale di 27 posti di consigliere di amministrazione. A fine aprile invece sono stati esauriti i pacchetti di nomine nelle controllate tanto di Enel, dove sono stati rinnovati sei board, quanto di Eni, dove ne sono stati nominati nove. Nel gruppo Ferrovie dello Stato, che ha vissuto il blitz della revoca dei vertici che il governo Gentiloni aveva confermato in scadenza di legislatura, è attesa la nomina del nuovo consiglio di amministrazione di Centostazioni. Tra le società reintrate nell’ alveo ferroviario dopo l’ incorporazione di Anas (e che adesso rischiano di fare il percorso inverso se l’ operazione saltasse), aspetta un rinnovo del board la Cav, Concessioni autostradali venete. In aprile sono stati nominati invece sia il board di Telespazio (Leonardo) che quello di Poste welfare servizi. Infine in ambito Rai il consiglio di amministrazione in scadenza è quello di Rai Pubblicità, guidato dal manager leghista di lungo corso Antonio Marano, del quale si è anche parlato per la presidenza della Rai, «congelata» per le polemiche seguite alla nomina di Marcello Foa. Antonella Baccaro

06/08/2018 – Il Sole 24 Ore

Negli appalti illeciti è il committente a versare i contributi in base al suo Ccnl

CONTROLLI
L’ imponibile è calcolato considerando il periodo di esecuzione dell’ appalto
In un appalto non genuino le retribuzione e i contributi non regolarmente versati ai lavoratori devono essere pagati dal committente. È la conseguenza del chiarimento arrivato dall’ Ispettorato nazionale del lavoro con la circolare 10/2018 dell’ 11 luglio scorso (si veda Il Sole 24 Ore del 12 luglio). Per assicurare l’ uniformità del comportamento di tutti gli organi di vigilanza, l’ Ispettorato ha fornito indicazioni operative per i casi in cui, in un appalto illecito, siano riscontrate inadempienze retributive e contributive nei confronti dei lavoratori impiegati nell’ esecuzione dell’ appalto stesso. La circolare arriva a chiarire come debbano essere calcolate la retribuzione e i contributi dovuti, dopo un confronto con l’ Inps e con l’ Inail. L’ orientamento nel territorio L’ Ispettorato interregionale di Milano, dietro richiesta di parere da parte dell’ Ispettorato di Bergamo, aveva affermato che nella prassi si assiste a un recupero contributivo nei confronti dell’ utilizzatore-appaltatore che ha concretamente fruito della prestazione lavorativa, in base al principio giurisprudenziale dell’ autonomia della pretesa contributiva. Questo comportamento, aveva precisato la nota 3200 del 23 marzo scorso dello stesso Ispettorato interregionale, non trova tuttavia copertura nella lettera della norma,poiché il lavoratore deve prima agire in giudizio per chiedere la costituzione del rapporto di lavoro con lo pseudo-committente. Il parere dell’ Inl L’ Ispettorato, insieme all’ Inps e all’ Inail, ha espresso un orientamento diverso rispetto alle osservazioni della sua articolazione territoriale. Sul fronte retributivo, l’ Ispettorato precisa che, a differenza di quanto sancito dalla precedente disciplina del 1960, nelle ipotesi di appalto illecito, la circostanza che il lavoratore sia considerato dipendente dell’ effettivo utilizzatore della prestazione non è «automatica» ma è subordinata al «fatto costitutivo dell’ instaurazione del rapporto di lavoro su domanda del lavoratore». Ne consegue – si legge nella nota – che in assenza dell’ azione giudiziaria da parte del lavoratore, il personale ispettivo potrà emettere la diffida accertativa per i crediti retributivi solo nei confronti dello pseudo-appaltatore (in relazione alle retribuzioni non versate sulla base del Ccnl applicato), lasciando indenne il committente. Sul piano contributivo, invece, il recupero delle somme non versate non può ritenersi condizionato dalla scelta del lavoratore di rivolgersi al giudice per ottenere il rapporto di lavoro con l’ appaltante-committente. Non è necessario, cioè, che ci sia il riconoscimento della effettiva esistenza del rapporto di lavoro. In ambito previdenziale, sostiene l’ Ispettorato, vale il principio giurisprudenziale secondo cui «l’ unico rapporto di lavoro rilevante verso l’ ente previdenziale è quello intercorrente con il datore di lavoro effettivo». Il personale ispettivo, quindi, determinerà l’ imponibile contributivo dovuto per il periodo di esecuzione dell’ appalto, con riguardo al Ccnl applicabile dal committente, «fatta salva l’ incidenza satisfattiva dei pagamenti effettuati dallo pseudo-appaltatore». La lettura offerta dalla circolare è peraltro in linea con il principio espresso dalla sentenza 254/2018 della Corte costituzionale, già oggetto di approfondimento da parte dell’ Ispettorato con la circolare 6/2018. Le indicazioni dell’ Ispettorato si applicano alla intera filiera degli appalti e anche nei casi di affidamento dell’ esecuzione dell’ appalto da parte del consorzio a società consorziate. Il recupero contributivo dovrebbe essere esteso anche al distacco e alla codatorialità, anche nell’ ambito di contratti di rete. Infatti, lo stesso Ispettorato nazionale con la circolare 7/2018 aveva esteso la responsabilità solidale prevista dall’ articolo 29, comma 2, del Dlgs 276/2003 a tutti i co-datori, a far data dalla messa «a fattor comune» dei lavoratori interessati, superando, di fatto, le indicazioni offerte con la circolare 35/2013. Il principio trova, del resto, conferma con quanto stabilito dai giudici costituzionali per cui è necessario «evitare che i meccanismi di decentramento – e di dissociazione fra titolarità del contratto di lavoro e utilizzatore della prestazione – vadano a danno dei lavoratori utilizzati nell’ esecuzione del contratto commerciale». Assumono, poi, rilevanza, anche le omissioni contributive che derivano dall’ applicazione di un contratto collettivo che non abbia i caratteri della maggiore rappresentatività comparativa nel settore secondo l’ articolo 1, comma 1, del Dl 338/1989. La circolare 10/2018 conclude che, se il recupero non va a buon fine nei confronti dell’ utilizzatore-committente, l’ ammontare dei contributi può essere richiesto allo pseudo-appaltatore, che non può ritenersi del tutto estraneo alle vicende accertate. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Pagina a cura di Stefano Rossi

06/08/2018 – Italia Oggi Sette

Forniture a prova di privacy

Gli obblighi emergono dal Gdpr, il regolamento Ue. Il Garante può ordinare l’ upgrade
Progettazione e impostazioni: prodotti e servizi a norma
Forniture in linea con la privacy. I prodotti/servizi forniti a imprese e p.a. devono essere progettati e configurati in base ai principi della privacy fin dalla progettazione («by design») e privacy come impostazione predefinita («by default»). Lo impone il regolamento Ue sulla privacy (2016/679, operativo dal 25 maggio 2018). In caso contrario il Garante può ordinare di aggiornare funzioni e modalità di funzionamento direttamente al fornitore. Come è successo a un fornitore di sistemi Gps, raggiunto dall’ ordine di aggiornare la versione del sistema venduto a una impresa (provvedimento n. 396 del 28 giugno 2018). A questo punto, in un contesto più ampio, si apre il ventaglio delle ricadute, che sono: contrattuali, anche negli appalti pubblici (clausole con specifiche delle forniture); sui costi degli adeguamenti; tecnici (prevedere funzioni cosiddette di default); informativi (integrare il manuale di uso). Il caso. Una società fornisce un sistema di rilevazione satellitare dei veicoli. Il sistema ha diverse modalità di funzionamento. La versione standard raccoglie dati personali relativi alla posizione geografica accentuatamente dettagliati. In particolare risulta una periodizzazione temporale assai ravvicinata: 30, 60 o 120 secondi e una conservazione per un lungo periodo di tempo. Inoltre è disponibile dispositivo di disattivazione della rilevazione geografica durante le pause consentite dell’ attività lavorativa, ma non risulta una spiegazione di questa opzione. Il Garante della privacy ha esaminato la posizione del fornitore del sistema Gps assieme a quella dell’ impresa utilizzatrice. Lo ha fatto per bocciare la condotta di quest’ ultima, ma anche del fornitore. Ed è su questo aspetto che è necessario appuntare la propria attenzione. Che cosa fa il Garante della privacy? Ordina determinate prescrizioni al fornitore (nel caso specifico rivestiva la posizione di responsabile esterno del trattamento). Le prescrizioni sono due. La prima riguarda i fogli illustrativi del prodotto. La prescrizione consiste nell’ obbligo del fornitore di informare i propri clienti circa la possibilità di modificare il sistema rispetto alla impostazione standard e questo per settare il prodotto così che risulti utilizzato in maniera corrispondente alle finalità perseguite. Nel caso specifico la periodizzazione della raccolta dell’ informazione sulla posizione del veicolo finiva per realizzare un monitoraggio costante e ininterrotto del lavoratore. L’ altro punto da evidenziare nel manuale di uso è la possibilità di attivare la funzione che consente la disattivazione del dispositivo. La seconda precauzione è di carattere tecnico e riguarda la caratteristiche del prodotto fornito. Riprendiamo le parole del garante della privacy: la versione standard dei servizi offerti attraverso il sistema di localizzazione deve essere configurato con modalità proporzionate rispetto al diritto alla riservatezza degli interessati, in particolare con riferimento alla periodizzazione temporale della rilevazione della posizione geografica, ai tempi di conservazione dei dati ed alla messa a disposizione delle mappe dei percorsi effettuati. Tradotto il prodotto deve essere tarato con una diversa temporizzazione della raccolta dei dati sulla localizzazione e non deve essere precaricato un tempo di conservazione eccessivo e così via. Costi. Le prescrizioni del Garante sono una diretta applicazione dei principi sulle cosiddette «privacy by design» e «privacy by default» (regolamento Ue 2016/679, art. 25). Da queste prescrizioni derivano oneri in più: sia surplus di adempimenti informativi sia aggiornamenti delle funzioni operative dei prodotti. Tutto ciò può riflettersi su costi di produzione e costi finali del prodotto. Non a caso il Garante si spinge ad accompagnare le prescrizioni con la seguente indicazione: gli aggiustamenti devono essere realizzati in relazione a tutte le modalità di abbonamento ai servizi «senza eccessivi costi aggiuntivi». Da ciò emerge la consapevolezza che le prescrizioni hanno un costo. Il primo problema è quello della quantificazione di questi costi. Il Garante non può fare altro che prefigurare un percorso di correttezza e formula l’ invito di non caricare «costi aggiuntivi eccessivi». È il mercato che deve indicare il parametro di calcolo dei costi «privacy». Il regolamento Ue sulla privacy e tanto meno il Garante non hanno il compito di stendere il tariffario dei costi privacy. In questo vi è la consapevolezza che l’ adeguamento privacy ha un valore di mercato. Anche qui, portando alle conseguenze il ragionamento, significa che la conformità privacy è, allo stato, un valore aggiunto che può fare la differenza. Si tratta, per il fornitore, di un elemento di distinzione concorrenziale, che può far valere per conservare o conquistare fette di mercato. Di questo profilo di distinzione si giova anche l’ acquirente del prodotto/servizio. Ricadute contrattuali. La pronuncia del Garante spinge a considerare le clausole dei contratti tra fornitore e impresa acquirente. La strada che si consiglia è di inserire la descrizione delle caratteristiche dei prodotti tali da rispettare gli standard privacy. Opportuno una scheda in cui si dà conto delle scelte progettuali e delle funzioni predefinite, da cui possa risultare automatico o quasi il rispetto delle prescrizioni e dei principi del regolamento Ue 2016/679.Altro consiglio è quello di allegare valutazione di impatto privacy eventualmente redatta dal fornitore. Se il prodotto/servizio fornito è tale da costituire lo strumento con cui si realizzano trattamenti a rischio elevato, l’ impresa acquirente deve preoccuparsi di stendere il documento di valutazione di impatto privacy (articolo 35 del Regolamento Ue). Beninteso l’ obbligo è a carico del titolare del trattamento. Il fornitore potrebbe aiutare l’ impresa, sottoponendo a test di impatto privacy il prodotto/servizio. A questo punto il test di impatto privacy potrà essere utilizzato dall’ impresa tra i documenti della propria valutazione di impatto privacy. Appalti. Anche le p.a. sono titolari di trattamento e si servono di prodotti/servizi acquistati sul mercato delle forniture e dei servizi. Gli enti si premureranno di indicare nei bandi di gara la richiesta del rispetto delle caratteristiche privacy dei prodotti e servizi e di valorizzare tali elementi nel punteggio da assegnare. PAGINA A CURA DI ANTONIO CICCIA MESSINA

06/08/2018 – Italia Oggi Sette

Nel provvedimento europeo sanzioni amministrative

L’ impresa e le pubbliche amministrazioni devono preoccuparsi di rispettare due principi: il principio della protezione dei dati fin dalla progettazione e quello della protezione dei dati di default (articolo 24). Si tratta di obblighi particolarmente stringenti: la loro violazione espone al pagamento di una sanzione pecuniaria amministrativa fino a 10 milioni di euro (o, se maggiore, 2% del fatturato mondiale annuo delle imprese). Come si concretizzano questi principi generali? Risponde il regolamento Ue (considerando n. 78): tali misure consistono, tra l’ altro, nel ridurre al minimo il trattamento dei dati personali, pseudonimizzare i dati personali il più presto possibile, offrire trasparenza per quanto riguarda le funzioni e il trattamento di dati personali, consentire all’ interessato di controllare il trattamento dei dati e consentire al titolare del trattamento di creare e migliorare caratteristiche di sicurezza. Gli strumenti di lavoro (che siano dispositivi o applicativi) devono essere in linea con il principio di minimizzazione e di rispetto delle finalità. Ad esempio, nel caso esaminato nel provvedimento n. 396 del 28 giugno 2018, sul Gps, il Garante ha accertato che non era utilizzato il dispositivo di disattivazione della rilevazione geografica durante le pause consentite dell’ attività lavorativa. Dunque è stato appurato un inadempimento del titolare del trattamento. Ma attenzione, il Garante ha anche rilevato una mancanza del fornitore, che non ha dato sufficienti informazioni sulla funzione di disattivazione. Sul punto degli oneri del fornitore, non a caso, spiega ancora il regolamento, che in fase di sviluppo, progettazione, selezione e utilizzo di applicazioni, servizi e prodotti basati sul trattamento di dati personali o che trattano dati personali per svolgere le loro funzioni, i produttori dei prodotti, dei servizi e delle applicazioni devono essere incoraggiati a tenere conto del diritto alla protezione dei dati nel momento in cui sviluppano e progettano tali prodotti, servizi e applicazioni e, tenuto debito conto dello stato dell’ arte, a far sì che i titolari del trattamento e i responsabili del trattamento possano adempiere ai loro obblighi di protezione dei dati. Insomma, i titolari dei trattamenti (imprese ed enti) devono preoccuparsi di usare gli strumenti acquistati in linea con la privacy, eventualmente inibendo alcune funzioni e dando specifiche prescrizioni di utilizzo. Ma anche i fornitori devono cercare di aiutare le imprese e studiare e mettere in produzione dispositivi di utilizzo flessibile e personalizzabile alle esigenze di privacy dei clienti. I progettisti e fornitori devono aiutare le imprese a rispettare la privacy con funzioni predefinite. E devono aiutare anche le p.a. Sempre il considerando 78 del Regolamento Ue avvisa che i principi della protezione dati fin dalla progettazione e di default devono essere presi in considerazione anche nell’ ambito degli appalti pubblici.

06/08/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Classifiche, Pizzarotti e Rizzani entrano nel club del miliardo di euro (al posto di Condotte)

Aldo Norsa

Primi numeri dai bilanci 2017 in attesa delle tabelle complete a ottobre. Tra “i big” resta elevata la propensione all’estero

Delle quaranta maggiori imprese di cui si conoscono dati 2017 ufficiali, indicazioni dell’andamento comparativo rispetto all’anno precedente sono: la cifra d’affari cresce del 5,3% (con un’incidenza dell’export in leggero calo a 66,4%); sale l’ebitda del 5,1%, mentre crolla l’ebit (meno 51,5%) e il risultato netto registra una perdita complessiva di 49 milioni; l’indebitamento finanziario netto si appesantisce del 33,3% mentre il patrimonio netto si riduce del 16,9%; infine la forza lavoro scende dagli oltre 71 mila addetti del 2016 ai poco meno di 69 mila del 2017.
Nonostante l’assenza dei dati consolidati di Condotte sono ben cinque le imprese che nel 2017 superano il miliardo di fatturato: infatti oltre alle conferme di Salini Impregilo, Astaldi e Cmc, entrano a far parte del club Pizzarotti (che spicca grazie a una crescita del 59%, ma in realtà è un ritorno a vecchie dimensioni dopo due anni magri) e Rizzani de Eccher (più 16,9%). Sempre in termini dimensionali la “palma” della maggior crescita è di Percassi con un 98,9% (che si sta riproponendo quest’anno). La maggiore diminuzione di fatturato sarebbe di Todini (che però è di proprietà kazaka e in chiusura), ma realmente lo è di Secap (meno 37,9%) e di Interstrade (meno 28,3%) (gruppo Gavio) a dimostrazione della progressiva esternalizzazione dei lavori da parte dei grandi concessionari di infrastrutture.
Tra le new entries, rispetto alla classifica precedente, per ora si notano, in ordine decrescente, Cooperativa Edile Appennino, Sercos, Castaldo, … in attesa di conferma tra le prime 100.
Al vertice si conferma una spiccata propensione all’estero con le prime sette imprese che denunciano esportazioni oscillanti tra il record del 92.5% della specialistica (nelle pipelines) Bonatti e il 57,5% (in crescita) di una Cmc ampiamente diversificata nei grandi lavori civili.
LE PROSPETTIVE DELLE INFRASTRUTTURE IN ITALIA
A credere a quello che si legge (ma le contraddizioni legislative e normative potrebbero essere insormontabili) le prospettive sono nere: il nuovo Governo (nel nome di un “piccolo è bello”) sta minacciando il futuro delle grandi opere con iniziative (tutte da verificare nella loro attuabilità) quali: l’azzeramento dei vertici di Fs e soprattutto la rimessa in questione di investimenti prioritari tra cui, in ordine sparso: il completamento della Pedemontana Lombarda, della Tav Torino-Lione, del Terzo Valico Ferroviario Milano-Genova, della Trasversale Ferroviaria Brescia-Mestre (quanto manca a completare l’asse Torino-Venezia), della Pedemontana Veneta, del Mose a Venezia, del Gasdotto Tap, … Per non parlare della “marcia indietro” su opere essenziali al decongestionamento delle metropoli come la Gronda Autostradale di Genova, la Pedemontana Lombarda, l’autostrada Asti-Cuneo, ma anche la perdita di ogni speranza per il ponte sullo Stretto di Messina.
Un quadro devastante che fa venir voglia a molti imprenditori di chiudere se solo potessero collocare i loro asset. Ma nessuno, neanche dall’estero, dimostra interesse (dopo la citata isolata incursione di Strabag) e le operazioni m&a si sono aperte e chiuse con Salini Impregilo (che era l’unica grande impresa da tempo contendibile e prima destinata a convolare a nozze con Astaldi).
Non si può che sperare nella resipiscenza di chi governa e nella presa d’atto che le grandi opere (ben fatte da imprese tanto apprezzate all’estero) trainano l’economia in Italia, come mutatis mutandis peraltro in tutto il mondo, dando nuovo impulso a un ampio indotto industriale e aumentando l’attrattività agli investimenti del Sistema Paese.
Senza contare il patrimonio di competenze tecnologiche specifiche di cui siamo depositari e tramandatori nelle costruzioni, nelle progettazioni e nelle lavorazioni da tempi antichissimi.
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06/08/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Classifiche/2. Ma sei grandi gruppi sono in crisi e le imprese evidenziano le debolezze di sempre

Aldo Norsa

Piccole dimensioni e controllo familiare, poca diversificazione. Lavori pubblici ancora in crisi. Successi per chi ha puntato sul privato di qualità

Dopo dieci anni di declino imprenditoriale, il 2018 è per la prima volta davvero drammatico per le maggiori imprese di costruzioni (soprattutto generali e operanti nel settore pubblico) dell’Italia. Comunque il settimo Paese industriale al mondo e il sesto per esportazione di costruzioni (e impianti industriali). Quindi meritevole di ben altre attenzioni che di una non-politica che permette prima alla burocrazia di rallentare le erogazioni per un quindicennio di file (il refrain è sempre lo stesso: «stiamo lavorando a regole di moralizzazione dei contratti talmente blindate» che non si riescono a interpretare e applicare … e intanto non spendiamo perché c’è già la spesa corrente a gravare sui conti pubblici) e oggi alla politica di disfare quello che è già stato deciso (anche in sede bilaterale/internazionale) in tema di grandi opere.
Il “combinato disposto” della piccolezza delle maggiori imprese, della loro debolezza finanziaria (proprietà di famiglie o di soci cooperatori ma non di grandi gruppi), di un mercato nazionale in crisi da un decennio, nonché di “rendite di posizione” che stanno venendo a mancare ma intanto hanno spinto a qualche avventura all’estero di troppo, pur di fatturare, ha combinato il disastro.
LE GRANDI IMPRESE IN CRISI
Il disastro è così riassumibile: delle prime cinquanta imprese di costruzioni (generaliste e specialiste) sono in serie difficoltà, in ordine alfabetico ma con diverse modalità: Astaldi (si veda il piano di ricapitalizzazione, ndr), Condotte, Grandi Lavori Fincosit (Glf), Mantovani, Oberosler, Trevi, … Ovviamente con un corredo di società partecipate dal futuro incerto a cominciare dalla più sana e prestigiosa, Inso, che per la quarta volta deve cercarsi un padrone, questa volta lasciando Condotte. E, di un corredo di società più piccole fornitrici anch’esse allo stremo. Due casi per tutti: Omba (gruppo Malacalza), specializzata in carpenteria, fallita perché non pagata da Condotte, Fip Industriale finita nei guai con tutto il gruppo Chiarotto (a cominciare da Mantovani) per aver voluto “monopolizzare” le forniture per il Mose.
La situazione rende impossibile, quest’anno, qualunque “anticipazione classifiche” in forma tabellare (solo una quarantina dei maggiori bilanci delle imprese sia generaliste, edili e civili, che specialiste sono “in casa”) ma si limita a una serie di notazioni informate.
Finora invece l’unica classifica con una certa attendibilità è quella elaborata dalla società Guamari dei primi 50 gruppi europei. Se ne evince una presenza italiana di quattro (Condotte non avendo approvato formalmente il bilancio consolidato) con una quota del fatturato totale limitata al 4 per cento. Ma soprattutto con due sole presenze di testa: Salini Impregilo e Astaldi (scesi rispettivamente dal 10° e dal 24° posto all’11° e al 27°) mentre Pizzarotti e Cmc arrancano in chiusura (soprattutto il secondo, la cui presenza in 50° posizione potrà essere eventualmente confermata solo dopo che si conosceranno i numeri di Max Bögl) quali new entries.
IL CONFRONTO EUROPEO
Non aver saputo (per mancanza di visione politica sia industriale che governativa) adeguarsi alle dimensioni e alla diversificazione dei grandi concorrenti europei ha fragilizzato anno dopo anno i nostri leader, che non hanno messo a frutto alcune rendite di posizione dei passati vent’anni (Metropolitana di Napoli, Mose, Rete ferroviaria Tav – almeno quattro tratte) per investire in vera e sana crescita. E anche il “campione nazionale” (oggi “multi-domestico”), Salini Impregilo (uscito dall’Ance nel settembre 2014), con la sua minaccia di andare a quotarsi a Wall Street invece che in Piazza Affari, sconta, oltre a una famiglia proprietaria litigiosa, una “rosa” di soli grandi lavori e tutti all’estero che può rivelarsi rischiosa. Infatti, confrontandolo con i suoi diretti maggiori concorrenti europei, nessuno dei gruppi “generalisti” dichiara di fatturare il 91,8 per cento all’estero (22% negli Usa con Lane acquistata nel novembre 2015 in cui ha fuso lo scorso gennaio Healy)! Né la promessa di ridurre l’indebitamento vendendo le attività industriali della citata Lane si è ancora concretizzata (malgrado trattative ce ne siano).
Ma soprattutto l’unico altro italiano al top (e in Borsa) Astaldi, ha condotto una sciagurata politica di concessioni greenfield che ha comportato un indebitamento non “autoliquidante” (come qualcuno ha scritto) di ben 1,3 miliardi e cerca ora disperatamente di vendere quello che ha (erroneamente) acquisito per fare lavori. In vista di una ricapitalizzazione iniziale da 300 milioni che rischia di svanire nel rimborso di un oneroso bond.
Aggiornando il quadro, Salini Impregilo in questi giorni ha presentato 
dati del primo semestre 2018non brillanti. A parte l’utile netto quasi sei volte superiore a quello risicato dello stesso periodo 2017 tutti i valori reddituali sono in calo: la cifra d’affari meno 7,6%, l’ebitda meno 25,5% e l’ebit meno 16,1%. Anche a livello finanziario, se il patrimonio netto cresce del 6,4% in sei mesi non basta a coprire un indebitamento finanziario netto, appesantito del 57,6% che supera 1,1 miliardi. Infine nei primi sei mesi del 2018 gli ordini acquisiti e in corso di finalizzazione valgono 2,4 miliardi: non in linea, per motivi “stagionali”, con attese più ottimistiche.
Quanto al potenziale terzo campione, Condotte, secondo un’elaborazione del Ministero dello Sviluppo Economico desunta dalla situazione patrimoniale aggiornata a fine 2017 (in assenza di bilancio approvato), avrebbe chiuso l’esercizio con un fatturato (civilistico) di 496 (844 milioni nel 2016), una perdita netta di 365 milioni e debiti per oltre 1,6 miliardi (!).
LE IMPRESE “DANNATE” DAL PUBBLICO
Oltre ai nomi citati, tutti incapaci di sostituire con commesse in Italia le “captive” del passato (cioè le commesse avute in concessione senza gara prima della legge Merloni, ndr) – i casi più clamorosi sono Mantovani e Glf per il Mose), altre imprese soffrono il rapporto con il pubblico: in particolare Cmc, Icm (già Maltauro), che però spera ora nell’alta velocità Brescia-Verona e riparte alla grande in Kenya, Vianini Lavori (che si è ritirata dalla Borsa tre anni fa e non cerca nuovi contratti), …
Ma in genere chiunque lavori con Anas (la cui fusione per incorporazione in Fs è inopinatamente rimessa in discussione) è in difficoltà per l’ordine di servizio di decurtare tutti i contenziosi (con qualche felice eccezione quale Salc: l'”altra Salini”) . Tra tutti il citato caso Oberosler è emblematico … e il fatto che Pessina (poco attiva nelle infrastrutture) la abbia rilevata dimostra che c’è chi pensa di saper soprattutto recuperare i crediti: un comportamento finanziario che ricorda quello di Rizzani de Eccher con Sacaim già un quinquennio fa.
Ma soprattutto i non pagamenti Anas stanno falcidiando le imprese medie come dimostra la discesa della soglia minima delle nostre classifiche.
LE IMPRESE “SALVATE” DAL PRIVATO
Scorrendo la (futura) classifica chi se la passa meglio sono le imprese che in tempi non sospetti hanno scelto il mercato privato (tipicamente edilizio), con qualche “venatura” immobiliare (o comunque di ppp rispetto al pubblico). Mercato quasi solo italiano – intendiamoci – perché occorre fiducia (e “consuetudine”) per avventurarsi fuori stabilendo duraturi rapporti di fiducia. Ecco qualche nome, in ordine di importanza: Pizzarotti che batte tutti con un più 59% del fatturato (nell’edilizia fa affari anche in Australia, Usa e Montecarlo), Cmb, Colombo Costruzioni, Carron, Italiana Costruzioni, Gilardi, Percassi, Pessina, Nessi & Majocchi, Setten Genesio, Secap, Sac, … Per non parlare di chi fa (con successo) soprattutto dell’immobiliare, per esempio Borio Mangiarotti e chi sta cercando di diversificarsi (tardivamente) nel mercato privato come Intercantieri Vittadello o De Sanctis Costruzioni.
LE IMPRESE “SOMMERSE” (“EMERSE”) DALL’EXPORT
L’esportazione è un tema tutto a sé. Ormai rappresenta due terzi del fatturato totale ma bisogna saperci fare, altrimenti la “fretta” e la “fame” giocano brutti scherzi. Regina dell’export è Salini Impregilo (anche operando “estero su estero” in Usa): seguono, delle imprese non in difficoltà, Rizzani de Eccher, Ghella, Pizzarotti, le novità Cmb e Itinera (con due ospedali in Danimarca), Icm, Bonatti, Cimolai, Sicim, … tra le imprese specialistiche.
Ma può essere una “trappola” come si è rivelato il Venezuela per Astaldi e Salini Impregilo (meno per Ghella), che denunciano perdite nel bilancio consolidato 2017 rispettivamente di 84 e 98 milioni, la Norvegia o l’Algeria (ma non solo) per Condotte (con escissioni di contratti). Non è invece riuscita una conversione all’estero a Mantovani tanto che la famiglia Chiarotto ha dovuto cedere quel che resta dell’impresa (e delle sue qualifiche nei dragaggi) a una fantomatica Coge che farebbe capo a un gruppo iraniano creando una Coge Mantovani (!?) che potrebbe non aiutare la tormentata conclusione del Mose (prevista oggi per il 2022?!).
In definitiva il quadro è troppo in divenire per non rimandare i commenti alla vera e propria classifica dell’autunno. Tra i movimenti positivi c’è l’affermarsi di Inc (sorta di outsider per la sua alleanza con il gruppo spagnolo Sacyr) che oltre alla Pedemontana Veneta (con nuova formula di contratto di disponibilità) e in attesa della Roma-Latina (su cui deve esprimersi il Consiglio di Stato) muove un passo anche verso le concessioni in Argentina o la crescita record di Percassi (che attira nel suo capitale il gruppo Polifin) o ancora l’accentuato interesse per le costruzioni del gruppo Gavio (che si rafforza con l’arrivo al 40% della finanziaria Ardian) e che lo spinge a sviluppare (soprattutto all’estero e in mercati “non captive”) Itinera quasi come alternativa alla ceduta Impregilo. Ma sul fronte della concorrenza straniera tutto il resto tace a dimostrazione dello scarso appeal del nostro mercato: in particolare l’unico grande gruppo che vi ha investito, l’austriaco Strabag (comprando dieci anni fa Adanti) sta alla finestra in attesa che torni un ruolo sano da vero “general contractor”: dichiarando miseri 67 milioni del fatturato consolidato di gruppo in Italia.
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06/08/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Passante di Bologna, Toninelli ferma la conferenza di servizi prevista il 13 settembre: «Progetto da rivedere, soluzioni alternative»

Alessandro Arona

Era prevista l’approvazione del progetto definitivo da 700 milioni – il Mit: «Allo studio potenziamento solo della tangenziale»

«La conferenza dei servizi con l’Emilia-Romagna, prevista per il 13 settembre, è stata momentaneamente sospesa e rimandata a data da definirsi, in attesa dell’esito dei lavori del tavolo istituito presso la Struttura Tecnica di Missione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti». La comunicazione è ufficiale, viene dal Ministero delle Infrastrutture. Prima dal sottosegretario Michele Dell’Orco, 32 anni, neo-deputato cinquestelle dell’Emilia Romagna, e poi da un comunicato ufficiale del Ministro Danilo Toninelli.
All’ordine del giorno della conferenza di servizi del 13 settembre doveva esserci il progetto definitivo del Passante di Bologna (si veda
il dossier completo, e il sito dedicato) , potenziamento della A14 nel tratto bolognese, opera in concessione ad Autostrade per l’Italia. Si chiama sempre Passante, ma non è il vecchio progetto di nuova tratta autostradale a nord di Bologna, opera da circa 1,3 miliardi di euro accantonata nel 2016 con l’accordo tra il Ministro Delrio, la Regione e il Comune di Bologna, ma il nuovo progetto di potenziamento di tangenziale e tratta urbana della A14 (che oggi scorrono in parallelo), da 690 milioni di euro (interamente a carico di Autostrade), progetto sottoposto a dibattito pubblico a Bologna nell’autunno 2016 e che ha ottenuto nel 2017 la valutazione di impatto ambientale positiva. Il progetto definitivo che andava in approvazione il 13 settembre era già fritto delle modifiche e integrazioni fatte in seguito alle prescrizioni Via e della conferenza di servizi sul preliminare, e avrebbe consentito l’apertura dei cantieri per la fine di quest’anno.
Il progetto prevedeva in sostanza il potenziamento in sede a tre corsie più emergenza dal km 9+100 al km 22+231 dell’autostrada A14 e l’ampliamento a tre corsie più emergenza e a 4 corsie più emergenza nel tratto dallo svincolo di Castel Maggiore allo svincolo di Bologna Fiera della tangenziale di Bologna.
Ma ora, come chiedono da tempo i cinquestelle in Regione e in Comune, il Mit è stato messo al lavoro da Toninelli per studiare altre ipotesi: «Il ‘Passante di Bologna’ – scrive Dell’Orco – non sembra rispondere alle necessità del territorio e della popolazione: mentre per la tangenziale serve un intervento per ridurre i flussi di traffico, lo stesso non sembra necessario per la parte dell’autostrada».
In modo più diplomatico 
la nota del Mit spiega che «Sulla tangenziale appare necessario un intervento per ridurre i flussi di traffico, mentre lo stesso non vale per la parte autostradale. Già solo questo è un fatto, supportato da uno studio di Autostrade, che in 14 anni nessuno sembrava aver visto. Una novità in grado di farci risparmiare qualche centinaio di milioni di euro».
«Per quanto riguarda la tangenziale – prosegue il ministero – ci sono due tratti, rispettivamente da 3,4 e 3,7 chilometri, sui quali si sta valutando la cosiddetta banalizzazione. Tuttavia, visto che il dicastero sta lavorando su alternative meno costose e meno impattanti dal punto di vista ambientale, sul tavolo non c’è soltanto la banalizzazione stessa, ma anche l’ipotesi della terza corsia ‘intelligente’, perché il primo scopo non è incrementare il flusso veicolare in tangenziale, come predilige la vecchia politica, ma diminuirlo. Allora si ragiona proprio sulla terza corsia ‘dinamica’ per le auto che abbiano a bordo almeno due o tre persone e per i veicoli elettrici. In modo da arrivare a dimezzare il numero delle auto, esattamente come si fa nei Paesi più evoluti del mondo».
«Di conseguenza, dopo un quindicennio di errori e ‘distrazioni’, appare naturale sospendere la conferenza dei servizi per costituire un tavolo tecnico di confronto e ragionare su possibili correzioni. Questo ministero – conclude la nota del Mit – è impegnato, per ogni singola opera, ad utilizzare al meglio i soldi dei cittadini, nell’ottica di una mobilità che guarda al futuro, non al passato. Non saranno più tollerati gli sperperi cui abbiamo assistito negli ultimi decenni. Agli amministratori locali si chiede soltanto un po’ di pazienza e uno sforzo di innovazione dal punto di vista del pensiero e della visione».
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06/08/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Autostrade/2. Tutti bloccati i nuovi progetti, gli investimenti Aspi scendono al minimo

Alessandro Arona

Proroghe per la Gronda, terze corsie, Passante di Bologna: nulla è ancora definitivo dei via libera previsti: nella semestrale numeri bassi

Nel primo semestre 2018 gli investimenti operativi delle società autostradali del Gruppo Atlantia (praticamente tutti da parte di Autostrade per l’Italia), sono ammontati a 207 milioni di euro, ancora meno dei 243 milioni del primo semestre 2017, anno che con 517 milioni era già stato il minimo storico per il gruppo, in costante calo negli ultimi anni dopo la conclusione dei lavori della Vriante di Valico.
I numeri emergono nel 
report di Atlantia sulla semestrale, positivo invece sul fronte del bilancio e anche del traffico autostradale.
Non c’è da stupirsi. A fine 2016 Aspi aveva messo in campo una serie di progetti, arrivati a maturazione, con l’obiettivo di risalire a un livello di investimenti di circa un miliardo all’anno: terze e quarte corsie per 2,2 miliardi, Gronda di Genova da 4,3 miliardi, nuova versione “low cost” del Passante da 700 milioni. In tutto circa 8 miliardi di euro. Gli iter approvativi sono completi per la Gronda, Aspi ha annunciato bandi per l’autunno, ma resta da capire se davvero vorrà andare avanti anche senza gli atti aggiuntivi Mit per la mini-proroga di 4 anni autorizzata da Bruxellese proprio nei giorni scorsi. Il Passante era a un passo dal Via, ma il Mit ha sospeso la conferenza di servizi.
Le terze e quarte corsie sono legate agli atti aggiuntivi da approvare da parte del Mit.
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06/08/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Autostrade/3. La crescita del traffico spinge Atlantia: ricavi a 2,9 miliardi, utili a 531 milioni

Marisa Mangano

Consolidamento di Abertis previsto dal quarto trimestre. L’indebitamento sale a 10,3 miliardi dopo l’operazione su Getlink

In attesa che sia formalmente completata l’operazione Abertis con la costituzione del veicolo partecipato insieme a Hochtief e Acs, Atlantia alza il velo sulla semestrale, l’ultima senza il contributo dell’asset spagnolo che verosimilmente dovrebbe essere consolidato a partire dal quarto trimestre del 2018.

Il gruppo guidato da Giovanni Castellucci ha chiuso i primi sei mesi dell’anno con un utile di pertinenza pari a 531 milioni di euro, in crescita del 2% (+9% su base omogenea) rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Il margine operativo lordo (Ebitda) è stato pari a 1,743 miliardi (+0,4% e +3% su base omogenea) mentre i ricavi operativi si sono attestati a 2,9 miliardi, in progresso del 3% e i ricavi da pedaggio sono stati pari a 2,026 miliardi (+2%). Gli investimenti hanno impegnato complessivamente 377 milioni di euro, dai 486 dello stesso periodo del 2017.

Guardando nel dettaglio, i ricavi per servizi aeronautici sono pari a 387 milioni di euro, con una crescita del 5% principalmente per l’incremento – precisa la nota – dei volumi di traffico registrato da Aeroporti di Roma e dal gruppo Aéroports de la Côte d’Azur. I costi operativi netti ammontano complessivamente a 1,160 miliardi (+6%). Il patrimonio netto del gruppo è pari a 8,678 miliardi, in calo di 94 milioni dal saldo al 31 dicembre 2017.

La situazione finanziaria presenta al 30 giugno un indebitamento finanziario netto complessivo pari a 10,344 miliardi dai 9,496 del 31 dicembre per effetto dell’acquisto del 15,49% del capitale di Getlink. Inoltre al 30 giugno il gruppo dispone di una riserva di liquidità pari a 11,349 miliardi, dei quali 4 miliardi a servizio dell’operazione di investimento in Abertis Infraestructuras e in Hocthief.

Nel primo semestre 2018, inoltre, sulla rete autostradale italiana gestita dal gruppo Atlantia il traffico è cresciuto dello 0,6% rispetto al primo semestre dell’anno precedente. Il risultato, spiega la nota diffusa al termine del cda, «risente dell’effetto negativo delle importanti precipitazioni nevose tra fine febbraio e inizio marzo: depurato da tale effetto, il traffico del primo semestre 2018 sulla rete di Autostrade per l’Italia registrerebbe un +1,4%». Il traffico passeggeri di Aeroporti di Roma, invece, registra una crescita del 3,9%, con 23 milioni di passeggeri. Guardando all’estero, infine, il traffico sulla rete autostradale estera del gruppo cresce del 2,2% e il traffico passeggeri dell’aeroporto aumenta del 5,5%.

Sulle prospettive, «i principali indicatori economico-gestionali del gruppo in Italia e all’estero lasciano prevedere una positiva evoluzione della redditività per l’intero esercizio 2018», sottolinea Atlantia.

Quanto ad Abertis, dove l’operazione dovrebbe essere completata con la costituzione della newco agli inizi di settembre, le azioni del gruppo autostradale spagnolo saranno tolte dal listino di Madrid da lunedì prossimo.

Il titolo Atlantia ha chiuso in Borsa in rialzo dello 0,28%.
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06/08/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Autostrade/4. Gavio firma l’accordo finale per l’alleanza con il fondo francese Ardian

Red. Fin.

La società d’oltralpe investirà 850 milioni il 40% di un nuovo veicolo finanziario – Obiettivo: investire all’estero nel settore autostrade

L’asse tra la famiglia Gavio e Ardian, società d’investimento privata, si salda nella Nuova Argo Finanziaria. Ieri mattina Aurelia, holding della famiglia di Tortona, e Ardian hanno annunciato di aver sottoscritto il contratto definitivo per sviluppare una «partnership strategica destinata al rafforzamento» di Astm e Sias. L’operazione prevede il trasferimento alla Nuova Argo Finanziaria del 58,56% di Astm, che a sua volta detiene il 63,41% di Sias, e a cascata l’acquisto da parte della società di investimento di una quota del 40% del veicolo appena costituito. Sul piano economico tutto questo si tradurrà in un investimento complessivo da parte di Ardian di 850,1 milioni di euro, di cui 95 milioni sotto forma di earn out che verrà riconosciuto al verificarsi di determinate condizioni, come un dividendo a valere sul 2018 in linea con quello previsto a business plan e la conclusione positiva dell’operazione di “swap” con Intesa Sanpaolo sugli asset su Brebemi e Te-Tem. Va ricordato che Ardian Infrastructure è già partner del gruppo Gavio con una quota pari al 49% in Autovia Padana. Un investimento fatto circa un anno fa, quale preludio di un’alleanza che ora punta a spingere la catena Astm-Sias ai vertici della classifica mondiale del settore infrastrutture, stante un portafoglio di 4 mila chilometri di autostrade e la volontà di cogliere tutte le opportunità che si creeranno in Europa, in America Latina e negli Stati Uniti. Sul fronte dell’assetto di governo, Aurelia continuerà a mantenere il pieno ed esclusivo controllo di Nuova Argo Finanziaria e, tramite questa, delle due società operative. Ad Ardian saranno riconosciuti poteri di governance legati al patto di sindacato che verrà siglato al momento del closing, atteso nei prossimi mesi. In particolare, la società avrà una serie di protezioni e sarà rappresentata in tutti i consigli dove avrà potere di veto su operazioni straordinarie, se non condivise. Advisor legali dell’operazione sono stati Chiomenti per Aurelia e Bonelli Erede per Ardian.
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