Rassegna Stampa 26/7/2018

26/07/2018 – Alto Adige

Nuove tecnologie: patto fra Comune, Alperia e Asm

Una joint venture per fare di Merano l’ apripista dell’ innovazione in provincia Zanella: «La trasformazione digitale subirà una decisa accelerazione»
MERANO Un accordo preliminare che sfocerà in una joint venture è stato firmato ieri in municipio da Comune, Alperia e Asm. Stabilisce un patto di ferro per lo sviluppo della smart city, la città digitale che va in direzione di una maggiore accessibilità, inclusione, vivibilità, sostenibilità. Merano, dove l’ amministrazione ha già dimostrato un certo dinamismo nel settore dell’ innovazione, sarà un po’ apripista provinciale e un po’ cantiere sperimentale della “città del futuro”. «Con questa firma – ha spiegato Diego Zanella, assessore all’ innovazione e alle infrastrutture – convoglieremo esperienze e conoscenze delle tre realtà in un unico progetto». La cui definizione rischia ancora di sfuggire ma alcune sentinelle possono orientare: i nuovi lampioni a led già installati in più punti con controllo remoto che consente la pianificazione dell’ intensità luminosa, la posa delle precondizioni per la distribuzione della fibra ottica (di questa se ne dovrà occupare un operatore delle telecomunicazioni) in occasione del risanamento delle strade, le iniziative a favore della mobilità elettrica tra le quali, accanto alla stazione, l’ arrivo della prima colonnina hypercharge (ricarica super rapida) in Italia dove, ha assicurato Johann Wohlfarter direttore generale di Alperia, «nei primi due mesi dall’ installazione sono già transitati i prototipi elettrici dei grandi marchi automobilistici. È la colonnina più usata in Alto Adige». E questo, stando agli auspici brillantati ieri, non sarebbe che solo l’ inizio di un percorso «che non si cristallizzerà in un unico traguardo, ma che sarà in divenire. Un tragitto che intende offrire opportunità a una platea il più possibile vasta: al turismo, al commercio, alla mobilità, ai piccoli-medi imprenditori, in generale ai cittadini. Noi creeremo le premesse affinché tutti possano beneficiare della smart city». Trasformazione della città. In rappresentanza di Alperia in via Portici c’ era anche Paolo Vanoni (direttore strategico), mentre per la Municipalizzata sono intervenuti il presidente Hans Werner Wickertsheim e il direttore Claudio Vitalini. «Ci siamo portati avanti col lavoro attraverso lo studio compiuto da Fraunhofer e independent L. che ha analizzato, attraverso una serie di interviste ai portatori di interesse, le visioni della Merano del futuro e i suoi principali fabbisogni» ha osservato Zanella. «Con questo accordo la transizione e la trasformazione digitale di Merano, ormai irreversibile, subirà una decisa accelerazione». Qualche esempio nei servizi di Asm: «La telegestione del livello del riempimento dei cassonetti che consente di ottimizzare la raccolta dei rifiuti – hanno ipotizzato Wickertsheim e Vitalini – o la lettura dei contatori dell’ acqua a distanza senza l’ intervento fisico degli operatori». Ma anche nella gestione dei parcheggi: i blue park sono in procinto di passare alla Municipalizzata. E si può prefigurare, con un pizzico di ottimismo, una città largamente coperta da un wi-fi efficiente che farebbe da trampolino per app create ad hoc da chi gestisce un’ attività. Esempi nel mondo ce ne sono a iosa: app che indicano i ristoranti disponibili, che aggiornano sugli spettacoli a teatro quando ci si passa a fianco, altre a sfondo commerciale. Il digitale nuova energia. «Alperia – ha aggiunto Wohlfarter – ha intrapreso una strada che l’ ha portata a integrare nuove tecnologie e a digitalizzare i suoi asset. Vogliamo diventare protagonisti di questa trasformazione digitale che sta interessando tutti gli ambiti tecnologici: il digitale diventerà la nuova energia. L’ impegno con questa sinergia è di concretizzare i progetti, applicarli al territorio».Joint venture. L’ intenzione, unendo le forze, è di evitare dispersioni di risorse e di assistere reciprocamente lo sviluppo delle idee in direzione di una piattaforma tecnologica, di una città digitale «che fra l’ altro sostiene costi minori di una città analogica» ha chiosato Vanoni spiegando che «è innovativa anche la formula di cooperazione: sarà la prima volta di una joint venture di questo genere in Italia, uno strumento snello per gestire al meglio progetti fortemente influenzati dalle tecnologie e che necessitano di flessibilità». Così Merano potrebbe diventare modello da esportare.©RIPRODUZIONE RISERVATA. SIMONE FACCHINI

26/07/2018 – Corriere del Trentino

«Smart city», accordo fra Merano e Alperia

La rete in fibra ottica servirà per il controllo a distanza di tutti i servizi
BOLZANO Nasce a Merano la prima joint venture a livello nazionale per la realizzazione del progetto Smart City. A presentarla ieri l’ assessore all’ innovazione Diego Zanella con il direttore generale di Alperia Johann Wohlfarter, il direttore strategico della stessa società Paolo Vanoni, presidente e direttore della municipalizzata Hans Werner Wickertsheim e Claudio Vitalini. «Abbiamo firmato — ha spiegato l’ assessore – un memorandum d’ intenti premessa alla joint venture, una Srl che sarà una piattaforma tecnologica evoluta per l’ erogazione di servizi alla cittadinanza. Le potenzialità di questo progetto sono infinite – ha detto ancora Zanella – e mettono a fattor comune una serie d’ investimenti già fatti e operativi, per convogliare tutti gli sforzi e non disperdere risorse». Un’ infrastruttura avanzata che poggia essenzialmente sulla rete in fibra ottica, per dotare l’ amministrazione, ma soprattutto i singoli cittadini e il mondo economico e imprenditoriale, di una piattaforma sulla quale sviluppare la propria offerta di servizi». Ma in concreto cosa significhi un progetto di questo tipo lo spiegano con alcuni esempi Vitalini e Vanoni: «Pensiamo al controllo a distanza degli impianti di illuminazione delle vie – dice il primo – alla telelettura dei contatori dell’ acqua e dei livelli delle riserve idriche o ancora al controllo dei blu park e della disponibilità di posti nei parcheggi, per arrivare alla telegestione dei cassonetti al fine di ottimizzare il sistema di raccolta. C’ è già una sperimentazione – aggiunge il secondo – per il controllo dei sistemi di irrigazione fatta incrociando il meteo con la rilevazione del livello di umidità del terreno ed è già realtà la rete delle colonnine che stiamo sempre ampliando, per la ricarica delle macchine elettriche». «Si tratta di trasformare in cose tangibili e concrete – spiega il direttore generale di Alperia Wohlfarter – ciò che con progetto di questa portata si possa fare e quali sono in vantaggi in termini di risparmio che ne derivano. Mi vengono in mente applicazioni per gli albergatori, i ristoratori gli enti turistici e per i singoli cittadini che possano essere facilitati nei rapporti con l’ amministrazione pubblica e allo stesso tempo avere informazioni in tempo reale, ad esempio, sullo stato di una coda di attesa agli sportelli di un ente o sulla disponibilità di tavoli liberi in un ristorante». Si tratta di grossi investimenti in infrastrutture che puntano alla gestione ottimale del sistema città, che si traduce in economie di scala in termini di risorse economiche e umane. Enzo Coco

26/07/2018 – Corriere della Sera

Il governo azzera il cda delle Ferrovie Corsa tra Sarmi, Bonomi e Gentile

Ora l’ obiettivo è scorporare l’ Anas da Fs. Pesa anche la partita dei trasporti lombardi
ROMA C’ è l’ azzeramento dell’ operazione che nel dicembre scorso ha portato l’ Anas dentro Ferrovie dello Stato, osteggiata dal M5S, dietro il blitz con cui ieri il ministro Danilo Toninelli ha annunciato su Facebook la revoca (non ancora formalizzata) del consiglio di amministrazione del gruppo guidato dal «renziano» Renato Mazzoncini. Un cda che il governo Gentiloni aveva riconfermato a dicembre, con anticipo sulla scadenza naturale. Per i due partiti di governo, entrambi con programmi da realizzare nei trasporti, quella di ieri è solo la prima mossa. La prossima sarà indicare nuovi vertici, operazione che formalmente spetta all’ azionista, il ministero dell’ Economiad’ intesa con quello dei Trasporti. Proprio per questo, secondo indiscrezioni, non confermate dallo staff, non sarebbe piaciuto al premier Giuseppe Conte (e forse neanche al ministro dell’ Economia, Giovanni Tria) il modo in cui Toninelli ieri ha gestito mediaticamente la revoca del cda. Intanto al blitz di ieri Toninelli ha dato una spiegazione politica: «Chiudere con il passato». E una «etica»: il cda azzerato si sarebbe macchiato della colpa di non aver applicato «l’ automatica decadenza prevista dallo statuto» dei membri che riportino un rinvio a giudizio. È il caso di Mazzoncini accusato di truffa per una vicenda relativa a un suo precedente incarico. Il cda di Ferrovie, quindici giorni fa, aveva escluso la decadenza, in base a pareri legali. Oggi l’ assemblea dei soci (essenzialmente il Tesoro) avrebbe dovuto ratificare o meno quell’ orientamento. Ma l’ appuntamento è saltato: «Ci dispiace che il cda si sia arroccato – ha commentato Toninelli -. Gli statuti vanno rispettati». E dunque tutti via in base alla legge Frattini sulla revocabilità dei cda pubblici nominati nei sei mesi precedenti la scadenza naturale della legislatura. Una nuova assemblea sarà convocata entro martedì. «Ci sarà un bel rinnovamento – ha detto Toninelli -. Ora la barra si sposta sui treni regionali e sui pendolari». Già, perché il pallino del M5S è riconvertire gli investimenti dell’ Alta Velocità sulla rete regionale. Anche per questo non è mai piaciuta ai grillini la megafusione Fs-Anas portata a termine dall’ ex ministro Graziano Delrio con l’ idea di creare un colosso capace di competere sul mercato internazionale. Ma anche con l’ intento di sottrarre l’ Anas, i suoi debiti, i suoi investimenti, gli esiti del suo notevole contenzioso, fuori dal perimetro della pubblica amministrazione, dove a pagare è lo Stato. Proprio per questo ieri l’ amministratore di Anas, Vittorio Armani, circa l’ eventuale passo indietro ha avvertito che in ogni caso «bisogna preservare l’ autonomia finanziaria e la capacità industriale» dell’ azienda. E se le opposizioni denunciano una «spartizione selvaggia», la Lega tace e prepara la successione in Fs. Voci danno per indebolita la carta Giuseppe Bonomi, stabile quella di Massimo Sarmi e privilegiata una soluzione interna. Piacerebbe l’ ad di Rfi, Maurizio Gentile (sotto inchiesta per l’ incidente di Pioltello) che ha fatto forti investimenti sulla rete della Regione lombarda, guidata dalla Lega e in difficoltà sul trasporto locale. A. Bac

26/07/2018 – Corriere della Sera

Tav, un destino che cambia a giorni alterni

annunci e passi indietro
Le sorti delle grandi opere come la Tav cambiano a giorni alterni. Forse dipende dalle maree, dai solstizi, oppure più semplicemente dalle lune del Movimento 5 Stelle. Martedì 24 luglio, nell’ arco di poche ore, il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli è riuscito nell’ impresa di dire una cosa e poi il suo esatto opposto. Al mattino, dai microfoni di Radio 1, e quindi in versione istituzionale e pragmatica, come impone il ruolo, ha affermato che la linea dell’ alta velocità Torino-Lione, da decenni causa di infinite contestazioni, si farà, e che l’ unico vero obiettivo è quello di «migliorarla, così come è scritto nel contratto di governo». Nel pomeriggio, è lecito sospettare dopo aver recepito la levata di scudi della base piemontese di M5S, è sopraggiunto il Toninelli di lotta, che dalla tribuna di Facebook ha lanciato un anatema di segno contrario, smentendo il Toninelli di governo. «Nessuno si azzardi a firmare nulla ai fini dell’ avanzamento dell’ opera, lo considereremmo come un atto ostile». E ribaltando la sua versione precedente, ha precisato che «rifarsi al Contratto di governo significa ridiscutere integralmente l’ infrastruttura in applicazione dell’ accordo con la Francia». L’ atteggiamento ondivago dei pentastellati sulle grandi opere è forse l’ aspetto che più risente dell’ inevitabile scarto tra la propaganda della stagione all’ opposizione e il confronto con la realtà imposto dalla pratica di governo. Ma la Tav sfugge a ogni analisi razionale, perché il «No» al treno veloce che attraverserà la Val Susa è un elemento fondativo dell’ identità di M5S. La sua vittoria alle elezioni politiche ha prodotto una specie di inversione dell’ onere della prova. Sembra quasi che se i lavori, ormai avviati, dovessero continuare, questo avverrà solo per gentile concessione di M5S, e dopo una revisione di ogni loro aspetto. A cominciare dai contratti, che secondo la versione pomeridiana di Toninelli sarebbero «un verminaio di sprechi, connivenze corruttive, appalti pilotati che hanno fatto esplodere il costo dell’ opera». Non è così. L’ attuale progetto è frutto di undici precedenti modifiche, concordate con la maggioranza dei sindaci dei territori interessati che aderiscono all’ osservatorio sulla Tav, nato nel 2006. Il costo dei lavori per l’ Italia si aggira intorno ai 4,8 miliardi di euro, cifra ben diversa dai 26 miliardi citati dal Toninelli di lotta, che riprende le tesi dei No Tav più intransigenti e dei loro portavoce nelle istituzioni. Ci sono anche altri numeri dei quali si dovrebbe tenere conto. L’ avvento al governo di M5S ha dato una inedita tribuna alla causa No Tav, facendo dimenticare il fatto che il movimento di contestazione alla Torino-Lione è pur sempre una minoranza. Persino a casa propria, nella bassa Val Susa. Gli avversari della Tav non sono una popolazione scavalcata da decisioni altrui, come prevede la narrazione dei Cinque stelle, ma ne rappresentano una piccola parte, consapevole di essere tale. Lo scarso entusiasmo manifestato più volte dai capi della protesta per un eventuale referendum sul treno veloce ne è una prova. Certo, anche la minoranza può avere la ragione dalla sua. Un ministro della Repubblica dovrebbe però sapere che i «verminai» si denunciano caso mai in procura, non su Facebook. E soprattutto dovrebbe tenere in maggior conto il lavoro più che decennale sulla questione, che ha prodotto risultati giudicati accettabili anche dagli esperti contrari all’ opera ma meno sensibili all’ ideologia, e ai delicati equilibri interni del Movimento 5 Stelle. MARCO IMARISIO

26/07/2018 – Italia Oggi

Rottamazione, ok a gara

Il Tar del Friuli Venezia Giulia lo valuta come requisito idoneo
L’ adesione alla sanatoria vale per l’ appalto
La rottamazione delle cartelle salva l’ aggiudicazione dell’ appalto. Confermata la vittoria nella gara per l’ azienda che ha chiesto prima della scadenza del bando la definizione agevolata dei debiti tributari pendenti: nel momento in cui si decide l’ affidamento dei lavori, infatti, l’ impresa partecipante alla selezione risulta in pieno possesso dei requisiti di regolarità fiscale richiesti dal codice dei contratti pubblici per diventare partner economici delle amministrazioni. Il tutto grazie alla manovra correttiva 2017 che cita in modo esplicito la rottamazione delle cartelle come strumento per ottenere il certificato di regolarità. Anche l’ eventuale procedimento penale in corso per reati tributari risulta irrilevante. È quanto emerge dalla sentenza 246/18, pubblicata dalla prima sezione del Tar Friuli Venezia Giulia. Affidabilità finanziaria Niente da fare per il competitor rimasto a bocca asciutta: legittima l’ attribuzione all’ azienda concorrente del servizio di vigilanza negli uffici giudiziari della città. E ciò anche se la società vincitrice ha un debito col fisco di oltre 13 mila euro per ritenute d’ imposte non versate che risalgono al 2013, più sanzioni, interessi e compensi del concessionario della riscossione: una somma, dunque, senz’ altro superiore al tetto di 10 mila euro applicabile (l’ importo di 5 mila euro è stato stabilito soltanto ad aggiudicazione avvenuta dall’ articolo 1, comma 986, della legge di bilancio 2018). Ciò che conta è la ricevuta ottenuta via Pec dall’ aggiudicataria con cui l’ Agenzia delle Entrate riscontra la richiesta di ottenere la definizione agevolata dei carichi tributati pendenti, benché il beneficio fiscale possa comunque venire meno se la società vincitrice non paga una delle cinque rate previste (per un totale di 1.500 euro). Va infatti verificato soltanto alla scadenza del bando il requisito dell’ affidabilità finanziaria delle imprese partecipanti alla gara d’ appalto. E se la società viene estromessa dalla rottamazione la decorrenza è dalla data di esclusione dalla procedura. Nel momento in cui l’ azienda presenta l’ offerta poi premiata dalla commissione aggiudicatrice, dunque, non ha l’ obbligo di dichiarare le posizioni debitorie sanate dalla definizione agevolata. Punto di equilibrio Non trova ingresso l’ ulteriore censura proposta dall’ azienda che ha perso la gara, secondo cui sarebbe in corso un procedimento penale per omesso versamento Iva a carico di un soggetto riconducibile alla società aggiudicataria del servizio: solo la condanna passata in giudicato può infatti influenzare la valutazione della stazione appaltante sui requisiti di affidabilità finanziaria dell’ impresa. E in ogni caso la circostanza non incide sugli obblighi dichiarativi a carico della società che partecipa alla procedura pubblica. Disattesa infine l’ eccezione di legittimità costituzionale delle norme perché la disposizione consente di arrivare a un punto di equilibrio più che plausibile fra l’ esigenza di incassare il gettito dei tributi da una parte e la necessità di garantire l’ esercizio della libera impresa dell’ altra. © Riproduzione riservata. DARIO FERRARA

 

26/07/2018 – La Repubblica

Le mani su 7 miliardi di appalti cavalcando i disagi dei pendolari

L’ analisi Commesse e potere
Il controllo del settore dei trasporti è da sempre centrale nella strategia leghista E per il Carroccio si muove il fedelissimo Giuseppe Bonomi, già in Alitalia e Sea
MILANO Icirca 500 pendolari che martedì sera alla Centrale di Milano sono saliti sul treno delle 18.20 per Mantova sono arrivati a destinazione quando la mezzanotte era passata da un pezzo. Due ore viaggio, quattro di ritardo. Due delle quali trascorse sul treno fermo in mezzo ai campi, pochi chilometri prima di Acquanegra Cremonese, a causa di un guasto elettrico. Liti, tensione altissima, carabinieri e ambulanze (l’ aria condizionata si era spenta), poi finalmente il ritorno a casa. Una storia tutt’ altro che eccezionale sui treni regionali della Lombardia. E figuriamoci nelle regioni meno efficienti, meno fortunate. Il trasporto dei pendolari verso i luoghi di lavoro è un’ emergenza nazionale. Ed è in nome di questa emergenza, difficile da sottovalutare (per quanto le Fs ci provino: nell’ ultimo report dichiarano una quota di passeggeri soddisfatti del servizio superiore all’ 83%) che il governo legastellato ha spianato il consiglio della capogruppo che controlla Trenitalia e Rfi, rispettivamente gestori del traffico e dell’ infrastruttura ferroviaria italiana. I trasporti locali da sempre sono in cima agli obiettivi programmatici e alle priorità del marketing politico della Lega, che però dove governa da lustri – come in Lombardia – non è mai riuscita ad assicurare ai pendolari un servizio decente. Da ieri sappiamo ufficialmente che sono una preoccupazione anche dei Cinque Stelle e del ministro delle Infrastrutture Toninelli. Via dunque Renato Mazzoncini e tutti gli altri consiglieri, marcia indietro sulla strana fusione, già deliberata, tra Fs e Anas, dentro il nuovo vertice che sarà scelto nelle prossime ore. Giuseppe Bonomi, leghista della prima ora, varesino come Roberto Maroni, Attilio Fontana e Giancarlo Giorgetti (ottimi i rapporti con i primi due, freddini quelli con il sottosegretario di Palazzo Chigi), il candidato sulla bocca di tutti, ostenta nonchalance: «Nessuno mi ha detto niente». Ma ieri era a Roma, impegnato in una serie di incontri, e ai suoi confidenti ha raccontato che il contatto c’ è stato – così come c’ era stato, giorni fa, per Cdp, ipotesi a lui non congeniale – e che se l’ esito finale è ancora in dubbio lo si deve non soltanto alle mille variabili sul tavolo di Salvini, Di Maio e Tria, ma anche alla necessità di convincere proprio Giorgetti, il più tiepido tra i leghisti. Nell’ attesa Bonomi – che di trasporti si è già occupato nei suoi lunghi anni alla Sea, la società che gestisce Linate e Malpensa, e durante il breve periodo alla presidenza di Alitalia, tra il 2003 e il 2004 – ha dato una mano all’ amico governatore Fontana a sciogliere il nodo Trenord in Lombardia. Divorzio da Fs, spartizione delle tratte, alcune gestite direttamente dalla Regione, le altre da Trenitalia, binari diversi e neppure più paralleli. Giudicato necessario per dirimere i disaccordi sugli investimenti, il progetto ha bisogno però dell’ ok delle Fs. Ecco perché proprio dalla Lombardia sono arrivate discrete pressioni su Salvini e Giorgetti per accelerare la rivoluzione al vertice delle Ferrovie e possibilmente colorare di verde Lega il futuro dei treni. Ma sono davvero (solo) i pendolari il pensiero di Lega e M5S? Lo spiccio repulisti del cda ha davvero come obiettivo la sterzata strategica dell’ azienda? La composizione e soprattutto le prime decisioni del nuovo vertice saranno le risposte attese a queste domande. Certo è che le Ferrovie sono uno dei crocevia più importanti del potere nazionale. Non solo per la possibilità di indirizzare – basti pensare all’ idea di Mazzoncini di unificare la gestione di ferrovie e strade – le politiche delle infrastrutture e dei trasporti, che incidono profondamente sulla vita degli italiani. Ma soprattutto per l’ enorme quantità di denaro che le Fs maneggiano, e distribuiscono. Qualche numero è utile: nel 2017 il valore economico distribuito, cioè i soldi spesi dal gruppo Fs per gli stipendi e per l’ acquisto di beni e servizi, ammontava a 7,2 miliardi di euro. Miliardi di commesse, frazionati in migliaia di appalti. Sempre lo scorso anno, Fs ha investito 5,6 miliardi, praticamente tutti rimasti in Italia (il 99%). Le gare per l’ acquisto del materiale rotabile, treni, binari, scambi, pannelli di controllo, valgono centinaia di milioni, qualche volta miliardi. Esempio recente l’ acquisto di 450 nuovi treni per il trasporto regionale da Hitachi Rail e Alstom: una commessa da 4,5 miliardi di euro. Per la sola infrastruttura la spesa 2017 ammonta a 4,4 miliardi ma i bandi di gara arrivano fino a 7 e mezzo. Chi maneggia quel denaro, incardina le gare d’ appalto (quando ci sono), sceglie tra le offerte delle migliaia di aziende che vivono di commesse pubbliche, ha un potere enorme. Al quale è difficile che Salvini e Di Maio non abbiano pensato, chissà se un secondo prima o un secondo dopo i pendolari della Milano-Mantova. © RIPRODUZIONE RISERVATA Ellekappa. ROBERTO RHO

26/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Ingegneria: fatturato +5% per 3Ti Progetti, Medio Oriente il mercato più prolifico

Q. E. T.

La società è al momento impegnata sui grandi progetti della metropolitana di Doha e di Riyadh e dell’aeroporto di Muscat

Un nuovo esercizio positivo per 3Ti Progetti, uno dei principali player dell’ingegneria italiana.
Il bilancio 2017 si è chiuso infatti con un fatturato consolidato di circa 26 milioni di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno scorso, e con un forte aumento dell’Ebitda.
«Negli ultimi cinque anni, dai 18 milioni di fatturato del 2012 agli oltre 26 dell’ultimo esercizio, la crescita, anche se non più impetuosa come nel quinquennio precedente, non si è mai fermata – afferma Alfredo Ingletti, presidente della società – e questo nonostante la crisi di investimenti del mercato domestico, grazie principalmente allo sviluppo delle attività sui mercati internazionali, in cui anche quest’anno abbiamo consolidato la presenza ed il portafoglio ordini».
3Ti Progetti, che nel 2017 ha celebrato venti anni di attività, attraverso l’internazionalizzazione ha superato brillantemente il profondo stato di crisi che dal 2008 ha condizionato il comparto produttivo italiano e mondiale.
«Oggi – specifica Ingletti – siamo una società con un organico composto da circa 200 qualificatissimi professionisti, quasi interamente italiani, ma abituati a muoversi naturalmente in un contesto internazionale, tanto che l’inglese ormai rappresenta la nostra lingua di riferimento, non solo all’estero ma anche in Italia».
Il Medio Oriente è ancora oggi il mercato più prolifico per gli interessi di 3Ti Progetti, al momento impegnata sui grandi progetti della metropolitana di Doha (in Qatar) e di Riyadh (in Arabia Saudita) e dell’aeroporto di Muscat in Oman.
«La capacità di progettare grandi opere infrastrutturali sia in loco sia da remoto, la costante crescita di gradimento per i nostri servizi e la credibilità acquisita a livello internazionale in questi anni – prosegue Ingletti – ci ha aperto la strada per nuovi mercati ed uno dei risultati è stata l’acquisizione del progetto della nuova Smart Industrial Port City (SIPC) a Kandla-Gandhidham in India. Ma per noi estero significa anche Europa, sia i mercati emergenti come la Romania, che da anni rappresenta un punto fermo per le nostre attività, ma anche i mercati avanzati, come la Francia, dove abbiamo recentemente vinto una gara nell’ambito del progetto europeo della fusione nucleare, e i paesi scandinavi, dove stiamo muovendo i nostri primi passi, un obiettivo per i prossimi anni».
Rimane alta l’attenzione di 3Ti Progetti per gli sviluppi che il nuovo codice degli appalti potrà avere sul mercato domestico, dove l’attenzione si concentra soprattutto sul settore dei porti, strategico in ragione del ritardo competitivo che il nostro paese ha nei confronti dei competitor internazionali, e che ha come progetto di punta il nuovo porto offshore di Venezia.
«Nei prossimi anni – conclude Ingletti – il settore che più impegnerà l’ingegneria, e verso il quale stiamo dunque orientando l’evoluzione dello sviluppo e della ricerca di 3TI, sarà quello legato all’acqua e alla gestione delle risorse idriche, in tutte le forme in cui si presenta, con una particolare attenzione alla gestione delle coste, sia dal punto di vista dell’infrastrutturazione dei porti, sia dal punto di vista della difesa delle risorse naturali e della mitigazione del rischio idrogeologico, sia infine dello sviluppo industriale e turistico».
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26/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Appalti, dalla nomina all’incompatibilità: come e quando si formano le commissioni di gara

Roberto Mangani

Con due sentenze di luglio il Consiglio di Stato riafferma alcuni principi in materia di commissioni sia sulle modalità di composizione che sul loro funzionamento

Con due recenti sentenze – Sez. III, n. 4054 del 3 luglio 2018 e Sez. V, n. 4143 del 6 luglio 2018 – il Consiglio di Stato riafferma alcuni principi in materia di commissioni di gara relativi sia alle modalità di nomina che al loro funzionamento.
È interessante analizzare queste pronunce anche tenuto conto che con l’entrata in vigore del D.lgs. 50/2016 le commissioni di gara hanno assunto un rilevo centrale collegato all’utilizzo prioritario del criterio di aggiudicazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa (che postula appunto la nomina di una commissione di gara). Tale analisi consente anche di verificare se e in che misura affermazioni operate nella vigenza del precedente regime normativo mantengano la loro validità anche dopo l’entrata in vigore del D.lgs. 50.
La nomina della commissione e la sua lesività
La prima questione che viene in rilievo riguarda la nomina della commissione e i suoi effetti lesivi sulla posizione dei partecipanti alla gara. Si tratta di stabilire se tale nomina sia immediatamente lesiva e quindi vada impugnata immediatamente nel caso di ritenuta illegittimità della stessa ovvero se gli effetti lesivi si producano solo in un secondo momento, cioè unitamente a un successivo atto di gara.
Sul punto la giurisprudenza prevalente – cui aderisce la sentenza n. 4054 del 2018 – afferma che la ritenuta illegittima composizione della commissione non è suscettibile di immediata impugnazione in quanto priva di autonoma lesività, potendo essere contestata solo all’esito della gara. Questa mancanza di autonoma lesività riguarda peraltro non solo l’atto di nomina, ma anche tutti gli atti compiuti dalla commissione stessa durante lo svolgimento della gara; anche questi ultimi non debbono essere impugnati autonomamente ma solo unitamente al provvedimento conclusivo della procedura di gara (di norma, l’aggiudicazione definitiva).
Quando va nominata la commissione di gara
Altro tema oggetto di dibattito e su cui si è formata una vasta giurisprudenza è quello dell’individuazione del momento in cui va nominata la commissione di gara.
In proposito il legislatore ha da tempo affermato un principio che si trova attualmente ribadito all’articolo 77, comma 7 del D.lgs. 50. Secondo tale previsione “La nomina dei commissari e la costituzione della commissione devono avvenire dopo la scadenza del termine fissato per la presentazione delle offerte”.
Sul punto tuttavia la sentenza n. 4054 del 2018 – rifacendosi a una pregressa giurisprudenza formatasi sotto la vigenza del D.lgs. 163/2006, che conteneva identica previsione – afferma un principio che sembra attenuare la rigidità della disposizione normativa sopra richiamata.
Il giudice amministrativo afferma infatti che la stazione appaltante del tutto legittimamente piò effettuare il sorteggio di alcuni commissari in un momento anteriore al termine ultimo per la presentazione delle offerte. Ciò in quanto il principio della posteriorità della nomina rispetto al suddetto termine riguarderebbe la formazione della commissione nella sua interezza e non precluderebbe quindi la preventiva individuazione di alcuni dei suoi componenti.
Queste affermazioni si basano su una sottile distinzione tra nomina della commissione e individuazione/designazione dei suoi componenti. In realtà non è agevole cogliere questa distinzione nella norma legislativa, che è formulata in termini molto ampi e fa riferimento sia alla nomina dei commissari che alla costituzione della commissione. Per sfuggire a questa apparente omnicomprensività la giurisprudenza ha quindi introdotto una nozione di individuazione del singolo commissario che sarebbe cosa diversa dalla sua nomina, e che di conseguenza non sarebbe soggetta all’obbligo di intervenire in un momento successivo al termine di presentazione delle offerte.
Le perplessità rispetto a questa ricostruzione tuttavia non derivano solo dalla formulazione testuale della norma ma anche dalla sua ratio. Questa viene comunemente individuata nella finalità di garantire l’imparzialità e la trasparenza delle operazioni di gara, il cui pieno rispetto sembra presupporre che i nominativi dei componenti la commissione non siano noti fino a che non sia scaduto il termine di presentazione delle offerte. Se si condivide questa ratio perde di significato la pretesa distinzione tra individuazione dei componenti la commissione e loro successiva nomina, poiché già dal primo momento – quello dell’individuazione – verrebbe meno la finalità di non rendere noti i nominativi dei commissari.
Proprio la presunta ratio della norma pone il dubbio se la previsione in esame sia effettivamente funzionale all’obiettivo di garantire la trasparenza e l’imparzialità delle operazioni di gara. Non è infatti chiaro perché e in che termini la nomina della commissione posteriormente alla scadenza del termine ultimo di presentazione delle offerte dovrebbe essere elemento di garanzia ai fini del corretto svolgimento della procedura di gara.
Infatti, eventuali accordi collusivi o tentativi di inquinamento delle operazioni di gara potrebbero essere operati anche dopo il termine di scadenza di presentazione delle offerte, cosicché posticipare la nomina della commissione non appare elemento dirimente per evitare questo pericolo.
L’incompatibilità dei commissari
Sempre nella sentenza n. 4054/2018 viene affrontato il tema dell’incompatibilità dei commissari di gara.
Nel caso di specie il possibile profilo di incompatibilità di un commissario era stato sollevato da un concorrente con riferimento al fatto che tale commissario in passato da un lato aveva redatto una perizia a favore di un concorrente e dall’altro aveva svolto il ruolo di consulenza nei confronti di un altro concorrente.
Da questa situazione veniva prefigurato un possibile conflitto di interessi ai sensi dell’articolo 42 del D.lgs. 50. Quest’ultima norma fa riferimento all’ipotesi in cui il personale della stazione appaltante che interviene nello svolgimento della procedura di aggiudicazione o può influenzarne in qualsiasi modo il risultato – tale dovendosi intendere, in un’accezione ampia, anche i commissari di gara – abbia direttamente o indirettamente un proprio interesse personale che può essere percepito come una minaccia alla sua imparzialità e indipendenza.
Sotto questo profilo il giudice amministrativo ricorda che il conflitto di interessi, per assumere rilievo ai fini di delineare una causa di incompatibilità, deve basarsi su un interesse personale che sia attuale e diretto. Questa caratterizzazione non ricorre nel caso di specie, venendo in rilievo da un lato una perizia redatta in un momento molto anteriore, mentre dall’altro lato mancherebbe una specifica prova da cui desumere la situazione di incompatibilità. Sotto quest’ultimo aspetto la sentenza ribadisce che devono essere portati elementi concreti da cui desumere l’effettiva incompatibilità dei commissari di gara, non essendo sufficienti elementi presuntivi e generici.
La composizione numerica
Che la commissione di gara debba essere formata da un numero dispari di componenti è un principio consolidato ai fini della nomina e del funzionamento di questo organo.
Anche il legislatore si è da tempo orientato in questo senso. Attualmente il richiamato principio è sancito dall’articolo 72, comma 2 del D.lgs. 50, che stabilisce esplicitamente che la commissione deve essere costituita da un numero dispari di commissari, non superiore a cinque.
Tuttavia la sentenza n. 4143/2018 conferma un orientamento che si era già affermato nella pregressa giurisprudenza e che sancisce una deroga al principio della composizione della commissione in numero pari.
Secondo questo orientamento il principio non può essere considerato come immanente all’ordinamento dei contratti pubblici, fino al punto da determinare l’illegittimità della composizione della commissione per il solo fatto che i suoi membri sono in numero pari. Ciò alla luce del fatto che esistono comunque numerose ipotesi di collegi che operano in composizione paritaria.
In ogni caso la sentenza 4143 sottolinea che anche ove si accogliesse la tesi della necessaria composizione dispari della commissione, quale riflesso del principio di buon andamento dell’azione amministrativa, l’eventuale vizio consistente nella deroga a tale principio potrebbe essere fatto valere non in linea astratta, ma solo qualora abbia concretamente inciso sulle decisioni assunte dalla commissione.
Di conseguenza il vizio della composizione in numero pari non potrebbe essere fatto valere in tutti i casi in cui tale composizione non abbia concretamente inciso sugli interessi della parte che si assume pregiudicata, come avviene nel caso in cui le decisioni della commissione siano assunte all’unanimità, senza che quindi abbia avuto alcuna influenza la mancanza del numero dispari dei commissari di gara.
Le sottocommissioni
Sempre la sentenza 4143 si occupa della natura della commissione quale collegio perfetto e delle deroghe a tale principio.
La natura di collegio perfetto comporta che di norma la commissione di gara debba operare nella pienezza della sua composizione e non solo con la maggiorana dei suoi membri. La violazione di tale regola comporta che le operazioni di gara che non siano compiute con la presenza di tutti i componenti debbano essere considerate illegittime.
Questa regola tuttavia può subire alcune deroghe. Essa vale sicuramente per quelle operazioni di gara che abbiano carattere valutativo, come la fissazione dei criteri di valutazione e la valutazione stessa delle offerte. Al contrario non è necessario che la commissione agisca con la presenza della totalità dei suoi membri per tutte quelle attività preparatorie, istruttorie o strumentali, che sono peraltro destinate a confluire nella fase successiva in cui è presente l’intera commissione.
In sostanza le attività strumentali e preparatorie all’attività valutativa vera e propria possono essere delegate a singoli membri o a sottocommissioni a condizione che la commissione nella sua interezza sottoponga a successiva verifica le suddette attività così da acquisirle avendole preventivante valutate e condivise.

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26/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Appalti/2. Quanto costano alle imprese gli oneri per la sicurezza in caso di manodopera

Pietro Maccarrone

La valutazione dei costi può contribuire significativamente al raggiungimento di un equilibrio tra la libertà di iniziativa economica e il rispetto dei diritti dei lavoratori

Il quadro normativo in materia di contratti pubblici risulta particolarmente attento alla tutela dei lavoratori, sia sotto il profilo della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro sia sotto quello strettamente economico-retributivo.
In particolare, nel D.lgs. n. 50/2016 (Codice dei contratti pubblici) sono presenti numerose disposizioni la cui matrice comune va individuata nell’esigenza di evitare che le dinamiche concorrenziali diano luogo a una compressione dei diritti dei lavoratori coinvolti nell’esecuzione degli appalti. In altre parole, va scongiurato il rischio che l’affidamento dei contratti pubblici avvenga sulla base di una competizione al ribasso sugli adempimenti a tutela dei lavoratori, escludendo al contempo dal mercato le imprese più attente ai diritti sociali.
In questa logica si iscrivono, tra le altre, la disposizione di cui all’art. 95, comma 3, lett. a), la quale vieta che siano aggiudicati sulla base del criterio del minor prezzo i servizi ad alta intensità di manodopera, e la previsione di cui all’art. 105, comma 14, per cui l’affidatario deve corrispondere alle imprese subappaltatrici i costi della sicurezza e della manodopera relativi alle prestazioni affidate in subappalto senza alcun ribasso.
Questa tendenza legislativa risulta confermata dal D.lgs. n. 56/2017 (c.d. decreto correttivo), il quale, modificando l’art 95, comma 10, ha ripristinato a carico dei concorrenti l’obbligo – già previsto dall’art. 86, comma 3-bis del D.lgs. n. 163/2006 – di indicare separatamente nell’offerta economica i costi della manodopera connessi all’esecuzione del contratto. Pertanto, l’art. 95, comma 10, nella sua attuale versione, impone ai concorrenti di indicare specificamente sia i costi della manodopera sia gli oneri aziendali concernenti l’adempimento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, ad eccezione dei casi di affidamento diretto ai sensi dell’art. 36, comma 2, lett. a) e delle ipotesi in cui il contratto abbia ad oggetto forniture senza posa in opera o servizi di natura intellettuale.
Lo stesso D.lgs. n. 56/2017 ha modificato l’art. 23, comma 16, introducendo l’obbligo per le stazioni appaltanti di riportare nei documenti posti a base di gara la stima dei costi della manodopera che concorrono alla determinazione della base d’asta.
Le previsioni del Codice sono confluite nel bando-tipo per l’affidamento di contratti pubblici di servizi e forniture predisposto dall’Anac (bando-tipo n. 1/2017), il quale contiene anche alcuni interessanti spunti interpretativi.
Nel bando-tipo (che in realtà costituisce un vero e proprio schema di disciplinare di gara) si precisa innanzitutto che l’obbligo per le stazioni appaltanti di individuare, nei documenti posti a base di gara, i costi della manodopera (art. 23, comma 16) non trova applicazione nelle stesse ipotesi in cui gli operatori economici siano esonerati dall’indicazione specifica di tale voce nell’offerta economica (forniture senza posa in opera e servizi di natura intellettuale).
A dimostrazione della rilevanza attribuita alla tutela dei lavoratori, nella nota illustrativa del bando-tipo si chiarisce che anche in caso di contratti misti con una componente maggioritaria di forniture senza posa in opera o di servizi di natura intellettuale, i concorrenti dovranno comunque indicare nelle proprie offerte economiche i costi della manodopera e della sicurezza per le forniture e i servizi non rientranti nelle categorie escluse. E ciò a prescindere, dunque, dalla rilevanza che la componente di manodopera assume nell’economia del contratto da affidare.
Il bando-tipo, poi, dispone espressamente che la busta economica debba contenere, pena l’esclusione del concorrente, la stima dei costi della manodopera e degli oneri di sicurezza aziendali. Per quanto tale previsione possa apparire meramente riproduttiva di una disposizione di legge, occorre tuttavia considerare che l’art. 95, comma 10 è al momento oggetto di un’incerta applicazione giurisprudenziale per quanto riguarda le conseguenze derivanti dal mancato adempimento di siffatti obblighi dichiarativi nel caso in cui la lex specialis non li richiami espressamente e non colleghi ad essi la sanzione espulsiva.
E infatti, a una tesi rigorosa, per la quale il concorrente che non abbia indicato i costi della manodopera e della sicurezza andrebbe sempre escluso, se ne contrappone un’altra secondo la quale in questi casi andrebbe verificato se il concorrente abbia o meno considerato tali voci di costo nel formulare la propria offerta economica. In altre parole, occorrerebbe accertare se quella in cui è incorso il concorrente sia una mera omissione dichiarativa o piuttosto una carenza sostanziale dell’offerta, insuscettibile di essere sanata mediante soccorso istruttorio (art. 83, comma 9). Sul punto, va segnalato che il Tar Lazio, con riferimento ai costi della manodopera, ha recentemente investito della questione la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Tar Lazio – Roma, sez. II bis, 24 aprile 2018, ord. n. 4562).
Nel perdurare di questo clima di incertezza, è raccomandabile che gli operatori economici indichino sempre i costi della manodopera e della sicurezza nell’offerta economica, anche qualora tale obbligo non sia richiamato nella documentazione di gara.
Considerato lo scenario descritto, l’inserimento nel bando-tipo di una clausola che espressamente impone ai concorrenti di specificare, a pena di esclusione, i costi della manodopera e gli oneri per la sicurezza risulta tutt’altro che superfluo ed anzi opportuno in un’ottica di tutela dell’affidamento degli operatori economici, di omogeneizzazione delle leggi di gara e, auspicabilmente, di deflazione del contenzioso.
Ovviamente, l’anticipazione dell’indicazione di tali costi nell’ambito dell’offerta economica impone alle imprese di valutare attentamente, già in sede di formulazione dell’offerta, gli oneri economici connessi all’impiego di manodopera, i quali saranno oggetto di valutazione in sede di verifica di congruità, secondo quanto previsto dall’art. 97.
In particolare, con riferimento ai costi della manodopera, nel sub-procedimento di valutazione delle offerte sospettate di anomalia, la stazione appaltante dovrà innanzitutto accertare il rispetto dei trattamenti salariali minimi, in relazione ai quali, considerata la loro natura inderogabile, non sono ammesse giustificazioni (art. 97, comma 6).
Al contrario, può ritenersi ammissibile uno scostamento dal valore medio del costo del lavoro indicato nelle apposite tabelle del ministero del Lavoro e delle politiche sociali. I costi riportati nelle tabelle ministeriali esprimono infatti solo dei valori indicativi, dai quali l’operatore potrà discostarsi qualora dimostri la sussistenza di specificità aziendali (ad es. maggior tasso di presenza rispetto a quello considerato nelle tabelle ministeriali, agevolazioni contributive) tali da ridurre il costo del personale.
A conferma della necessità che gli operatori economici valutino attentamente i costi della manodopera relativi all’esecuzione dell’appalto, si segnala che l’art. 95, comma 10, come modificato dal D.lgs. n. 56/2017, stabilisce che le stazioni appaltanti “prima dell’aggiudicazione procedono a verificare il rispetto di quanto previsto all’articolo 97, comma 5, lettera d)” e, cioè, che il costo del personale non è inferiore ai minimi salariali retributivi indicati nelle apposite tabelle di cui all’articolo 23, comma 16 .
Pertanto, anche qualora nel corso della procedura di selezione non abbia avuto luogo il sub-procedimento di verifica di congruità, andranno in ogni caso esaminati i costi della manodopera indicati dal concorrente che ha presentato la migliore offerta, attraverso un passaggio procedimentale che dovrà obbligatoriamente precedere l’aggiudicazione.
Considerate le finalità perseguite dal legislatore attraverso la richiesta ai concorrenti di indicare i costi della manodopera, non risulta del tutto chiara l’esclusione di tale obbligo per i servizi di natura intellettuale, i quali sono comunque caratterizzati dall’impiego di forza lavoro, sia pure non qualificabile in termini di “manodopera”. Va tuttavia segnalato che la stazione appaltante, in sede di verifica di congruità, dovrà esaminare tutte le voci di costo dell’offerta e, dunque, anche il costo del personale relativo ai servizi di natura intellettuale, il quale dovrà pertanto essere accuratamente stimato dal concorrente in sede di predisposizione dell’offerta economica.
Da una prospettiva di carattere generale, la valutazione dei costi della manodopera e della sicurezza nell’ambito dell’esame delle offerte economiche, se da un lato ha l’obiettivo primario di assicurare alle stazioni appaltanti controparti serie e affidabili, dall’altro può contribuire significativamente al raggiungimento di un equilibrio tra la libertà di iniziativa economica e il rispetto dei diritti dei lavoratori, attraverso l’estromissione di quegli operatori che, invece di perseguire l’efficienza dei processi produttivi e dei modelli organizzativi, cerchino di aggiudicarsi le commesse pubbliche facendo economia sugli adempimenti a tutela dei lavoratori. © RIPRODUZIONE RISERVATA

26/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Protocollo Ance-sindacati per far ripartire l’edilizia: riforma codice e pagamenti tra le priorità

Alessandro Lerbini

Il vice-presidente dei costruttori Garantola: «Il codice ci ha sotterrato, pronti i tavoli condivisi su temi specifici»

Un protocollo di azioni comuni per il rilancio del settore dell’edilizia. Dopo la firma del contratto nazionale di settore, costruttori e sindacati si siedono intorno a un tavolo per delineare le azioni da intraprendere con il governo. Su tutti la riforma del codice appalti, ma anche i ritardi nei pagamenti, i crediti deteriorati, riqualificazione urbana, dissesto idrogeologico per arrivare a temi tipicamente settoriali, come la creazione di un’apposita anagrafe di cantiere, la riduzione del costo del lavoro, l’abbassamento delle aliquote contributive.
Il vice-presidente dell’Ance, Marco Garantola, spiega quali saranno le prossime mosse: «La firma del contratto è stata molto sofferta vista la dura crisi in cui versa da oltre dieci anni il settore. Il codice appalti ci ha sotterrato creando enormi difficoltà nel settore pubblico. Siamo pronti a partire con dei tavoli condivisi su temi specifici con le organizzazioni cooperative di settore e i rappresentanti di Fillea-Cgil, Filca-Cisl e Feneal-Uil per rivendicare le nostre richieste. Sul piano dei pagamenti, al Nord ancora ci salviamo ma nell’85% del resto del paese le attese sono di 150 giorni e in questo modo non si può andare avanti. Inoltre l’edilizia, in termini di cassa integrazione al 4,7%, è il settore che sta pagando più di tutti. L’importo è notevole: abbiamo versato di più di quanto incassato».
Le parti firmatarie del protocollo si impegnano ad attivarsi nei confronti delle istituzioni per contenere il costo del lavoro e rilanciare l’occupazione, accelerare la cantierizzazione delle opere, favorire gli investimenti pubblici e privati.
Per la domanda privata, l’obiettivo è quello di rendere cedibili integralmente a banche e intermediari finanziari i crediti fiscali dei cittadini riguardanti i bonus per ristrutturazioni, adeguamenti sismici ed ecobonus. © RIPRODUZIONE RISERVATA

26/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Invitalia, con l’affidamento di appalti nel 2017 generati investimenti per 1,6 miliardi

Q. E. T.

Tra le azioni per il rilancio delle aree di crisi e il recupero di ex zone industriali spicca il progetto per la bonifica di Bagnoli

Ammontano a 8,3 miliardi gli investimenti per lo sviluppo attivati da Invitalia nel 2017, in crescita dell’8% rispetto all’anno precedente. Il dato emerge dalla quinta edizione del Bilancio sociale presentato dalla società pubblica. Le imprese finanziate sono state 25.302 (+25%) e 19.296 i posti di lavoro creati o salvaguardati (+25%). L’Agenzia ha sostenuto 455 imprese e startup hi-tech (+39% rispetto all’anno precedente) e sono stati attivati 34 milioni di investimenti con operazioni di venture capital.
I tempi di valutazione dei progetti sono diminuiti del 36%. Sul capitolo infrastrutture, il presidente Claudio Tesauro e l’amministratore delegato Domenico Arcuri hanno citato i 16.441 km di rete a banda larga e ultralarga realizzati per ridurre il digital divide tra le diverse aree del Paese attraverso la controllata Infratel.
Nel ruolo di stazione appaltante e centrale di committenza per conto di istituzioni nazionali e locali, nel 2017 Invitalia ha gestito 110 procedure di gara. Gli investimenti generati con l’affidamento di lavori pubblici ammontano a 1,6 miliardi di euro. Tra le azioni per il rilancio delle aree di crisi e il recupero di ex zone industriali, il progetto per la bonifica e la valorizzazione del sito ex-Italsider di Bagnoli (Napoli): nel 2017 sono stati rimossi e smaltiti 1.200 quintali di materiali contenenti amianto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

26/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Salini Impregilo «multi domestica»: gare per 35 miliardi entro fine anno

Simone Filippetti

Nei primi sei mesi ricavi stabili (2,82 miliardi) ma è boom con i cambi. Usa, Australia e penisola arabica i mercati più dinamici

Con un 2018 che tra Guerra dei Dazi America-Cina e scossoni geopolitici è un anno turbolento, Pietro Salini ha tenuto la barra del timone ferma: al giro di boa di metà anno Salini Impregilo, uno dei colossi mondiali delle costruzioni, mostra ricavi a 2,82 miliardi (contro i 2,18 del 2017, a parità di perimetro) e un utile netto invece sestuplicato da 11 a 64 milioni. È l’effetto dei minori costi sui cambi: l’anno scorso il dollaro debole diede una mazzata da 100 milioni sui conti. «L’euro per noi oggi è uno svantaggio – esordisce il patron, commentando i dati – perché il 78% dei nostri ricavi è fuori dalla moneta unica» e quando si tratta di redigere il bilancio l’effetto contabile (non monetario, va specificato) è negativo. Non a caso questo sarà l’ultimo bilancio in euro dl gruppo; i numeri dell’intero 2018 saranno redatti anche in dollari, molto più coerentemente con un gruppo che ha ormai i suoi interessi in Stati Uniti, Medio Oriente e Australia. Tre zone del mondo non a caso: fame di infrastutture, basso rischio geopolitico e certezza dei pagamenti. Il nuovo mantra dell’imprenditore romano è «multi-domestico», versione aggiornata della multi-nazionale: «Noi vogliamo essere americani in America, australiani in Australia e arabi nella Penisola arabica».

Ormai Salini Impregilo è un’impresa globale: in quattro anni l’azienda ha completamente cambiato fisionomia geografica. Nel 2014 l’Europa e l’Africa erano i due mercati principali del gruppo (da sole le due aree coprivano il 70% dei ricavi). Oggi sono la triade Usa-Australia-Medio Oriente a generare il 61% del giro d’affari (con Europa e Africa al 36%): un ribaltamento totale della mappa mondiale. Per un gruppo che costruisce in 4 continenti, l’Italia è un paese marginale: pesa appena per il 7% del totale. «È la nosta sede storica, ma oggi nel paese non ci sono progetti per le nostre dimensioni». Anzi, molti costruttori sono oggi in difficoltà: da Astaldi a Trevi, fino a Condotte quasi in crack. «Non voglio commentare le vicende dei nostri concorrenti, ma la crisi dei costruttori è l’effetto di troppe regole e della mancanza di certezze» e il pensiero corre al Ponte sullo Stretto di Messina, grande opera che la politica periodicamente tira fuori dal cassetto per poi rimetterlo dentro. Se in questo contro-risiko italico delle costruzioni, Salini Impregilo possa in qualche modo rientrare, il patron è stato vago: «Siamo sempre attenti a ogni opportunità sul mercato». Eventuali mosse è più probabile che siano negli Stati Uniti, dove la vendita della divisione asfalto di Lane potrebbe portare un tesoretto da 500 milioni da spendere per fare acquisizioni; e dove le promesse di Donald Trump su grossi investimenti infrastrutturali cominciano a diventare realtà: «Gli Usa vivono un momento storico di quasi piena occupazione e di investimenti statali nelle opere pubbliche». Il futuro, dunque, sarà sempre più lontano dall’Italia, a partire da un possibile trasloco da Piazza Affari a Wall Street: l’idea era stata ventilata dallo stesso Salini all’assemblea degli azionisti e ora il patron conferma che «ci stiamo lavorando».

Se la prima parte dell’anno,mostra un portafoglio ordini in lieve crescita (2,4 miliardi i nuovi ordini), è in autunno che si attende la svolta: «Entro la fine dell’anno andranno in gara in tutto il mondo lavori per 35 miliardi e noi puntiamo a prenderne una parte». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

26/07/2018 – Italia Oggi

Lega e M5s divisi sull’autostrada del Brennero

Carroccio favorevole alla concessione agli enti locali, ma per i grillini non dà vantaggi. ?Toninelli valuta il dossier prima di proseguire o meno il percorso di Delrio

di Filippo Merli

Dai binari alle ruote. Dalla Tav Torino-Lione all’autostrada del Brennero. Tra i dossier presenti sulla scrivania del ministro delle infrastrutture, Danilo Toninelli, c’è anche quello relativo al rinnovo della concessione della A22. La scorsa settimana, il ministro in quota M5s ha incontrato a Roma il governatore della provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi, esponente del Partito autonomista trentino tirolese. Al centro del summit, la conferma dell’autorizzazione della gestione del tratto autostradale tramite il conferimento a una società in house, vale a dire interamente pubblica e in capo agli enti locali. Un tema sul quale la Lega e il M5s, i due alleati di governo, sono divisi.

Toninelli, durante il vertice con Rossi, ha ribadito l’importanza strategica del tunnel del Brennero. Posizione già sostenuta al Brenner Meeting, il vertice tra Italia, Austria e Germania che si è tenuto lo scorso giugno a Bolzano.

Sulla concessione della A22, invece, il ministro ha preso tempo. E si è riservato di approfondire con cura il dossier. Nel 2016, il predecessore di Toninelli alle Infrastrutture, il dem Graziano Delrio, aveva siglato un accordo che consentiva il rinnovo senza gara a una società in house con gli enti locali partecipanti alla Autobrennero spa, che con l’86% delle quote, di cui il 54% in possesso delle province di Trento e Bolzano, detengono la maggioranza a fronte del 14% di azioni diviso tra privati. Sia Rossi, sia il governatore di Bolzano e leader della Südtiroler volkspartei, Arno Kompatscher, vorrebbero raggiungere l’intesa con l’esecutivo gialloverde entro il 30 settembre, data della scadenza dell’accordo sottoscritto con Delrio.

«Confidiamo che, anche con l’impegno del ministro, l’articolo di legge che prevede la concessione in capo alla società in house espressione di questi enti venga attuato entro il 30 di settembre», ha confermato Rossi. «Il ministero», ha dichiarato Toninelli, «sta valutando il dossier che riguarda la concessione autostradale della A22, tenendo conto di tutti gli aspetti tecnici, finanziari e soprattutto giuridici, sia in relazione agli interessi dell’erario pubblico, sia delle regole del diritto europeo».

Pochi giorni fa, il presidente dell’Osservatorio nazionale liberalizzazioni e infrastrutture di trasporto (Onlit), Dario Balotta, ha chiesto a Toninelli di non concedere la proroga: «Lo stato annulli la concessione in atto di Autobrennero spa e prenda le redini della sua gestione».

Le due anime dell’esecutivo di Giuseppe Conte, sull’A22, hanno posizioni differenti. Almeno a livello locale. Il sottosegretario alla Salute in quota Lega, Maurizio Fugatti, è favorevole alla concessione.

Il consigliere provinciale del M5s di Trento, Filippo Degasperi, è contrario. «È auspicabile che la concessione della A22 sia affidata a una società in house», ha detto Fugatti al Corriere dell’Alto Adige. «Sarebbe un errore se il governo decidesse di andare contro le decisioni che l’autonomia ha già preso».

Degasperi, dal canto suo, ha espresso criticità sulla «gestione delle autostrade, da cui i territori delle due province non hanno tratto particolari vantaggi». Il tema della concessione dell’autostrada del Brennero potrebbe finire al centro della campagna elettorale per le provinciali del 21 ottobre. Nella tornata in cui Fugatti e Degasperi potrebbero sfidarsi come candidati del centrodestra e del M5s.

26/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Diritto 24

GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA

La Giustizia Amministrativa ha un nuovo sito internet. Con una veste grafica interamente rinnovata, semplice, intuitiva, accessibile e conforme alle direttive AGID, la Giustizia Amministrativa si presenta agli operatori del settore e ai cittadini con un’identità visiva più chiara e moderna utilizzando tecnologie dinamiche e all’avanguardia, come il “responsive mobile”, in grado di adattarsi graficamente in modo automatico ed ottimale anche ai dispositivi mobili come tablet e smartphone.

L’architettura dell’informazione semplificata e funzionale migliora il dialogo tra l’Amministrazione e gli utenti (magistrati, personale amministrativo, avvocati, studenti, cittadini) e consente una più agevole fruizione delle informazioni attraverso una più chiara definizione delle sezioni in base alla tipologia delle notizie pubblicate e attraverso il nuovo motore di ricerca.

Il nuovo sito è corredato da una sezione dedicata agli approfondimenti di giurisprudenza che raccoglie massime, pareri dell’ufficio studi, rassegne, pubblicazioni e articoli di dottrina. È possibile ricercare i contenuti in maniera semplice e veloce utilizzando diversi filtri per tipologia, materia e anno di pubblicazione.

Sono presenti sezioni dedicate alle attività istituzionali e alle iniziative intraprese, gli incontri internazionali, i convegni, gli incontri formativi, e alle altre informazioni di specifico interesse per magistrati, avvocati e studiosi del diritto amministrativo.

Navigando tra le pagine del sito è possibile inoltre trovare informazioni utili sulle funzioni dell’Amministrazione, sui suoi organi, sui suoi compiti e persino entrare nelle stanze più belle dei palazzi che ospitano gli uffici della Giustizia Amministrativa, per consentire la visibilità del patrimonio storico e artistico.

Per maggiori informazioni: https://www.giustizia-amministrativa.it

Fonte: Comunicato Giustizia Amministrativa

BOLLETTINO BANDI

Lecce, accordo quadro da 7,2 milioni per i servizi professionali di adeguamento delle strutture sanitarie

Alessandro Lerbini

Il Comune di Verona aggiudica un incarico da 2,1 milioni per il restauro e la rifunzionalizzazione di Palazzo Bocca Trezza

Maxiaccordo quadro con un unico operatore per l’affidamento dei servizi di ingegneria e architettura a Lecce. L’Azienda sanitaria locale affida, con tre lotti, l’incarico per l’adeguamento, ampliamento o nuova costruzione di presidi territoriali di assistenza, strutture sanitarie compresi i presidi ospedalieri.
L’importo complessivo è di 7.244.916 euro. Il primo lotto (Campi Salentina, Poggiardo, Nardò, Maglie, Gagliano del Capo) vale 2.702.560 euro, il secondo (Galatina, Martano, Casarano) 2.939.615 euro, il terzo (progetto di fattibilità tecnico-economica del nuovo Ospedale del «Sud Salento») 1.602.741 euro. Il bando scade il 7 settembre.
Gara anche a Verona, dove il Comune aggiudica i servizi di ingegneria e architettura relativi agli interventi di restauro e rifunzionalizzazione di Palazzo Bocca Trezza. L’importo complessivo è di 2.183.469 euro. Il bando prevede progettazione definitiva ed esecutiva, direzione e contabilità lavori, coordinamento in materia di sicurezza e di salute nelle fasi di progettazione (CSP) e di esecuzione (CSE) e prestazioni accessorie, inerenti agli interventi di restauro nell’ambito del progetto per la riqualificazione urbana del quartiere di Veronetta (lotto 2). Dell’importo totale, 800mila sono per l’opzione direzione lavori. La gara rimane aperta fino al 7 settembre.

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Teatro alla Scala e Agenzia tutela salute, a Milano altri due appalti per 28,1 milioni

Alessandro Lerbini

Ilspa appalta la nuova palazzina della Fondazione in via Verdi per 12,3 milioni. Ats riqualifica due sedi per 14,8 milioni

A Milano nuove opportunità per le imprese edili dai bandi di lavori. Dopo le gare promosse dall’Università per 13,7 milioni, tocca ora alle procedure promosse da Infrastrutture Lombarde e Ats. Ilspa ha pubblicato il bando per l’affidamento dei lavori di realizzazione della nuova palazzina di via Verdi 3 di proprietà della Fondazione Teatro alla Scala e di parziale sponsorizzazione dell’intervento. Si tratta di un’opera dal valore di 12.310.910 euro, così determinato: 11.767.810 euro per l’esecuzione dei lavori, soggetti a ribasso, 543.100 euro per oneri per la sicurezza non soggetti a ribasso.
Il valore minimo del contributo di sponsorizzazione facoltativo è di 400mila euro soggetto a rialzo. Il cantiere avrà una durata di circa quattro anni. Le offerte dovranno pervenire entro il 17 settembre.
Sempre per la stessa opera, Ilspa manda in gara i servizi di direzione operativa per 202mila euro. Anche questo avviso scade il 17 settembre.
Ats dellla Città Metropolitana di Milano appalta invece i lavori, suddivisi in due lotti, di riqualificazione degli immobili di proprietà in via Conca del Naviglio 45 e corso Italia 52, da destinare a sede dell’Agenzia tutela salute medesima. Le imprese interessate dovranno ribassare su un importoa base d’asta di 14.857.186 euro. I lavori avranno una durata di 547 giorni. Il termie per consegnare un’offerta è fissato al 17 settembre.
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