Rassegna stampa 19/7/2018

19/07/2018 – La Voce di Mantova

Investimenti per 245 milioni Tea pronta a spiccare il volo

La definizione di Ghizzi: “L’ anno del cambiamento”. Su i dividendi Obiettivo: raddoppio dei clienti e acquisizioni mirate
MANTOVA “Crescere creando valore per essere il partner di riferimento di cittadini, imprese, municipalità, e istituzioni nella fornitura efficiente di selezionati servizi eccellenti e innovativi”. Questo il mantra per i prossimi anni e per il 2017 di Tea, che il presidente Massimiliano Ghizzi non esita a definire come “l’ anno del cambiamento”. Ieri mattina, oltre che dal presidente Ghizzi anche dall’ amministrato re delegato Mario Barozzi, dal direttore finanziario Lorenzo Amadeo e dalla responsabile amministrazione e controllo di gestione Paola Randon, sono stati presentati i dati del bilancio 2017 e il piano industriale fino al 2022, col bilancio nel pomeriggio approvato anche dal consiglio di amministrazione del gruppo. E i dati sono confortanti. Nel corso del 2017 la società ha investito 30 milioni e 200mila euro per la maggior parte in interventi su idrico e gas, ma anche sul teleriscaldamento in fase di realizzazione in città e illuminazione pubblica. In lieve calo i dipendenti: calo frutto della fuoriuscita di diversi Comuni dal servizio di raccolta rifiuti. Tale fuoriuscita ha provocato una perdita economica per l’ azienda, in parte appianata dall’ aumento delle tariffe per il conferimento da parte di soggetti terzi alla discarica di Mariana Mantovana, dove i lavori di ampliamento si sono conclusi. Bene anche gli altri numeri dello scorso anno. L’ utile netto è passato da 15 milioni di euro del 2016 a 18 milioni e 900mila euro del 2017. Sale anche il patrimonio dell’ azienda, che ora tocca i 168 milioni e 900mila euro. Salgono pure i dividendi per i Co muni soci: dai 12 milioni e 700mila euro del 2016 a 16 milioni del 2017 (+9%). Nei dividendi per i Comuni soci c’ è quindi un incremento da 4 milioni e 700mila a 5 milioni e 200mila euro. Ma per i prossimi cinque anni, come spiega Barozzi, sono previsti investimenti ingentissimi. La società di via Taliercio prevede investimenti totali per 235 milioni con un sostanziale raddoppio dei propri clienti e l’ ac quisizione mirata di piccole società (soprattutto nel campo del gas) in aree adiacenti alla provincia di Mantova. Non solo. Tea ha in animo anche un generale ammodernamento dei propri servizi e la profilatura dei consumi dei propri clienti, così da poter andare sul mercato con offerte quanto più possibile mirate. Numeri in aumento (previsto) anche per quanto riguarda i dipendenti: da 560 a 660 da qui al 2022.

19/07/2018 – Il Messaggero

Asse tra Comuni e imprese per far ripartire gli appalti

LE PROPOSTE ROMA Sbloccare la realizzazione di opere pubbliche per riqualificare le città attraverso semplificazioni, incentivi alla digitalizzazione e misure di trasparenza per il contrasto all’ illegalità. E’ questo l’ obiettivo di una serie di proposte che presenteranno oggi a Roma Anci (Associazione nazionale comuni italiani) e Ance (l’ organizzazione dei costruttori). «Molte risorse già attivate potrebbero essere facilmente sbloccate», spiega Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza e delegato Anci a Urbanistica e Lavori pubblici, che parla di «interessi convergenti» fra le due associazioni. LE CRITICITÀ Il primo correttivo del Codice degli appalti varato nel 2016 ha già accolto alcune proposte migliorative, ma – secondo Anci e Ance – ha lasciato irrisolte alcune criticità a partire dalla necessità di regole più semplici. In un paese come l’ Italia con circa 8mila comuni era prevedibile – secondo Anci e Ance – che il nuovo codice creasse incertezze e ritardi. E i dati dell’ organizzazione dei costruttori evidenziano come proprio i comuni siano stati tra gli enti appaltanti più colpiti dalle nuove norme. Le stime dell’ Anci indicano però anche come siano proprio gli enti locali a evidenziare maggiori capacità di assorbire risorse finanziarie aggiuntive: nel 2017 i dati sui bandi per lavori pubblicati dai comuni evidenziano infatti una crescita del 13% negli importi messi in gara. Tendenza che si conferma anche nei primi cinque mesi del 2018, con un aumento dei valori banditi del 24%. Tuttavia, i tempi di realizzazione delle opere restano troppo lunghi: in media quasi 4 anni per gli appalti fino a 500mila euro, 7 anni per le opere di importo compreso tra i 500mila e i 50milioni di euro e fino a quasi 15 per quelle di valore più elevato. Da qui l’ esigenza di interventi incisivi sulle procedure per evitare il rischio che una quota significativa delle risorse disponibili rimanga inutilizzata. «Innanzitutto è necessario prevedere un’ unica fonte regolamentare per l’ attuazione del Codice appalti, abrogando tutti i provvedimenti attuativi – dice ancora Occhiuto -. C’ è una eccessiva frammentazione della regolazione. E soprattutto per i piccoli comuni è necessario ridurre gli adempimenti previsti». Tenendo tuttavia ferma la funzione di vigilanza e controllo dell’ Autorità anti corruzione (Anac) «per mantenere il presidio forte a garanzia della legalità e lotta alla corruzione». LE PIATTAFORME Anci e Ance chiedono poi di «accelerare la definizione delle regole tecniche per l’ utilizzo delle piattaforme elettroniche di negoziazione» (obbligatorie dall’ ottobre prossimo per tutte le comunicazioni negli appalti pubblici) e che «le stazioni appaltanti possano ricorrere all’ affidamento della progettazione esecutiva e dell’ esecuzione di lavori sulla base del progetto definitivo dell’ amministrazione aggiudicatrice» (appalto integrato). Altre proposte riguardano infine l’ offerta economicamente più vantaggiosa, il subappalto e il contenzioso. j.o. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

19/07/2018 – Il Messaggero

Assunzioni e bandi, così lo sblocco degli investimenti `

I nodi della crescita
La strategia del ministero dell’ Economia per riuscire a spendere i fondi disponibili. Al via la task force di Tria
IL PIANO ROMA Le risorse non saranno molte, ma quelle che ci sono spesso non vengono usate bene e a volte non si riesce proprio a spenderle. È il paradosso degli investimenti pubblici nel nostro Paese, ben noto sia all’ ex ministro dell’ Economia Pier Carlo Padoan sia al suo successore e attuale titolare di Via Venti Settembre Giovanni Tria. Il quale ha annunciato l’ istituzione di una apposita task force per provare a sbloccare la situazione e contribuire per questa via a spingere l’ economia, in un momento in cui il quadro internazionale mostra visibili segni di rallentamento. E ieri ha quantificato in 118 miliardi la somma disponibile in bilancio e sulla carta «immediatamente attivabili». Come funzionerà la task force, che secondo quanto ha indicato il ministro dovrà muoversi «in maniera rapida e organica»? Il lavoro per farla partire è naturalmente ancora ad una fase iniziale, ma alcune idee di fondo sono state già definite. Alla struttura contribuiranno il ministero dell’ Economia (con il coordinamento del capo segreteria tecnica Fortunato Lambiase), quello delle Infrastrutture e l’ Anac (l’ autorità anticorruzione), con un ruolo di supervisione di Palazzo Chigi e un possibile apporto della Corte dei Conti. Tra gli obiettivi principali ci sarà quello di fornire assistenza alle amministrazioni, in particolare quelle locali, che in questi anni si sono trovate in difficoltà per una serie di ragioni: dall’ assenza di figure professionali adeguate al caos normativo generato dall’ entrata in vigore del nuovo Codice degli appalti. Dunque la task force entrerà in azione nelle fasi potenzialmente più problematiche dei progetti di spesa: ad esempio quella in cui serve preparare dei bandi di gara che evitino quanto più possibile successivi intoppi. Oppure interverrà per il reclutamento in tempi rapidi delle professionalità necessarie di cui un Comune o un’ altra amministrazione possono avere bisogno: o attingendo a strutture centralizzate oppure assicurando che le relative assunzioni siano rese tempestivamente possibili con la legge di Bilancio. Un’ altra funzione cruciale è quella del monitoraggio del progetto: anche su questo aspetto il supporto della nuova task force potrà essere decisivo. L’ ALTRO BRACCIO L’ altro braccio del piano di spinta agli investimenti dovrebbe essere la banca prevista nel programma di governo. Questa funzione sarà svolta dalla Cassa Depositi e Prestiti: in particolare verrebbe potenziato il suo ruolo nella finanza di progetto, in modo che possa anche operare da arranger per la parte privata dei finanziamenti alle opere. Intanto è stato appena messo a punto da Mef e Ragioneria generale dello Stato (e presentato ieri) il contratto standard di concessione per la progettazione, costruzione e gestione di opere pubbliche in partenariato pubblico privato. Come già accennato, molte delle criticità recenti dipendono dalla difficile implementazione del nuovo Codice degli appalti, che pure era nato con le migliori intenzioni in particolare in chiave di contrasto alla corruzione. Solo lo scorso anno si è registrato qualche positivo segnale di inversione di tendenza, ad esempio con una ripresa dei bandi da parte dei Comuni (+13,1 per cento l’ importo nel 2017) confermata anche nei primi tre mesi del 2018. Ma nel frattempo si sono accumulati pesanti ritardi, come ha fatto notare anche l’ Ance Un indicatore particolarmente allarmante è quello relativo ai Fondi europei: il livello della spesa (5,6 per cento a fine 2017) e quello della selezione dei progetti (44,8%) mettono a rischio il raggiungimento dei target fissati dalla Ue. In generale, la spesa per investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione si è ridotta del 5,6 per cento lo scorso anno rispetto al precedente, con un calo in termini assoluti di circa due miliardi. Luca Cifoni © RIPRODUZIONE RISERVATA.

19/07/2018 – Il Sole 24 Ore

Codice appalti, Anac, liti: le proposte di Ance e Comuni

ROMA Si scaldano i motori per la riforma del codice degli appalti che il governo ha promesso a breve e che potrebbe arrivare – come anticipazione di norme da rafforzare poi in Parlamento – con il decreto legge in preparazione per la prossima settimana. Costruttori e comuni, rappresentati rispettivamente da Ance e Anci, fanno la prima mossa sulla scacchiera del confronto pubblico presentando oggi un documento congiunto che conterrà dieci proposte di modifica dell’ attuale codice. Un lavoro che parte dalle difficoltà e dalle impasse dei mesi scorsi – solo parzialmente superate da una controversa ripresa dei bandi di gara – per incidere in modo rilevante sugli assetti dell’ attuale codice. Le due organizzazioni difendono nell’ introduzione della loro proposta l’ impostazione di fondo del codice. Gran parte degli interventi proposti sono mirati e chirurgici, tuttavia su aspetti rilevanti: l’ estensione dell’ appalto integrato che consente di tornare a gare sulla base del progetto definitivo e non esecutivo; il recupero delle gare con massimo ribasso e la limitazione dell’ obbligo di offerta economicamente più vantaggiosa ai soli progetti complessi; la semplificazione del subappalto con l’ indicazioni dei subappaltatori dopo la gara; flessibilità della qualificazione delle stazioni appaltanti con il salvataggio delle aggregazioni dei piccoli comuni e la qualificazione di diritto delle centrali di Comuni metropolitane e province; nuovi strumenti per ridurre il contenziosol’ eliminazione della responsabilità amministrativa-contabile dei dirigenti Pa quando attuano sentenze o indicazioni Anac; l’ estensione delle procedure negoziate per i servizi di progettazione e l’ eliminazione del sorteggio per decidere chi invitare al confronto nelle gare di lavori. Interventi chirugici su aspetti importanti. Ci sono però anche due interventi che incidono su aspetti “sistemici” delcodice, intaccandone una delle chiavi di fondo, la soft law, vera “colpevole” dell’ impasse che si è creata secondo le due organizzazione. Il primo aspetto è l’ impianto di attuazione del codice, considerato troppo complesso e generatore di incertezza per Pa e operatori economici. Numerosi i rilievi, dalla mancanza di un adeguato periodo transitorio alla mancata attuazione (dei 66 provvedimenti approvati meno della metà) all’«aumento della regolamentazione rispetto a quanto richiesto dalle direttive europee, in contrasto con il divieto del cosiddetto glod plating». Nelle proposte Ance-Anci c’ è quindi il ritorno a un regolamento generale attuativo unico e vincolante che assorba (e abroghi) tutti i provvedimenti attuativi, comprese le linee guida dell’ Anac. Il secondo aspetto “sistemico” riguarda proprio i poteri dell’ Anac. Oggi Ance e Anci difenderanno il ruolo dell’ Anac e del presidente Cantone ai fini della difesa della legalità nel settore. E anche la proposta prevede che siano mantenute e in alcuni casi anche potenziate «le funzioni di vigilanza, controllo e deflazione del contenzioso». Quello che non viene citato, perché si suppone non coerente con il nuovo modello di attuazione, è il potere di regolazione dell’ Anac che costituiva la grande novità del codice. © RIPRODUZIONE RISERVATA. G.Sa.

19/07/2018 – La Repubblica

Tria assediato dai veti saltano le nomine Cdp Lega: esclusi dai giochi

Politica e economia
Anche il M5S contesta il nuovo assetto di vertice, slitta tutto al 28 Le Fondazioni: colpito il ministro. Conte: scelte cruciali per il Paese
ROMA Ieri alle 12 Dario Scannapieco e Fabrizio Palermo erano pronti a distribuirsi le deleghe per guidare insieme la Cassa depositi e prestiti. Poi, sei ore dopo, l’ assemblea degli azionisti avrebbe ratificato la loro nomina rispettivamente ad amministratore delegato e direttore generale. Invece è saltato tutto. Uno strappo clamoroso e fragoroso. Uno schiaffo al ministro Tria, è la versione di molti. Assembla rinviata a martedì. Tutto da rifare e uno scontro politico alla luce del sole sugli assetti delle partecipate, una delle principali prove di governo. Che era cambiata l’ aria si è capito quando Palermo, già dirigente della Cdp, si è alzato dal tavolo e ha detto: « Le mie deleghe non vanno bene. Così non ci sto». Ma dietro al suo gesto le divergenze sono molto più profonde. Matteo Salvini non si fidava affatto del pacchetto preparato dal ministro del Tesoro Giovanni Tria e dal premier Giuseppe Conte. « Scusate, e la Lega dov’ è in questo schema?», è stata la frase che ha mandato tutto all’ aria. Su Scannapieco il Carrocio vede l’ ombra di Mario Draghi, dei poteri internazionali, insomma tutto ciò che ” il governo del cambiamento” si propone di combattere. I 5stelle hanno sposato la linea di Salvini e Giorgetti. Anche loro sono sul piede di guerra con il titolare dell’ Economia. Su molti fronti, non solo sulle nomine. Le Fondazioni guidate da Giuseppe Guzzetti non hanno dubbi: lo schiaffo è rivolto direttamente a Tria. Un avvertimento, un modo per evitare condizionamenti esterni non graditi. Tanto più in vista delle prossime partite sui conti pubblici. «I soci di minoranza li rispettiamo, abbiamo sempre dialogato con loro. Ma alla fine decidono i maggiori azionisti di governo», spiega una fonte grillina. Anche il ministro del Tesoro rientra nella categoria dei soci di minoranza? Il sospetto è che faccia anche da parafulmine per le liti tra gli alleati. Conte cerca di minimizzare ma ammette: «Il problema non è se ci sono divergenze o meno. Sono nomine importanti perché Cdp è chiave per la politica nazionale ed ha un rilievo strategico quindi è ovvio che vogliamo meditare bene. Ci stiamo riflettendo per non sbagliare». Giancarlo Giorgetti precisa: «C’ è da lavorare » e già martedì sera metteva in guardia: « Siamo in alto mare » . Luigi Di Maio prova ad alzare il livello del dibattito per nascondere il braccio di ferro: «Stiamo cercando i migliori, ci stiamo lavorando ». Oltre all’ attacco a Tria, c’ è dunque la questione degli equilibri nella maggioranza sulle poltrone. Cdp è la ” ciccia” delle nomine, vera cassaforte del governo per gli investimenti. Da lì passa la gestione delle risorse pubbliche, dei salvataggi di Stato, delle politiche industriali dello Stato. Ma l’ assetto complessivo è più articolato. Vanno rinnovati in questi giorni i vertici dell’ Invimit, la società che cura il patrimonio immobiliare, della Rai, di Eur Spa, di Gse ( il gestore elettrico) e di Ferrovie dello Stato. Non è solo un caso che l’ assemblea di Cassa depositi e prestiti sia slittata a ridosso della riunione di Ferrovie ( giovedì) durante la quale dovrebbe essere rimosso l’ ad Mazzoncini. Al Carroccio i treni fanno gola, quasi quanto Cdp. Perché gli investimenti, in quell’ azienda, si fanno e riguardano le grandi infrastrutture. Per quella poltrona la Lega pensa da tempo a un suo manager di fiducia: Giuseppe Bonomi. « A noi – spiega una fonte leghista – va bene anche Palermo amministratore di Cdp. Ma sia chiaro, è un nome espresso dai 5 stelle » . Prevede, cioè, una compensazione di alto livello. È un gioco ad incastri, in cui nessuno vuole cedere un millimetro. Così si spiega il rinvio di ieri: i tasselli non erano andati al loro posto. Per Cdp la Lega ha sempre pronto il nome di Marcello Sala, ex vicepresidente di Banca Intesa. Una carta da tenere sul tavolo per trattare fino all’ ultimo e vedere come si risolvono gli altri dossier aperti. Salvini e Giorgetti non potevano cedere subito senza le garanzie su un pacchetto completo. Qualcuno perciò pensa che la candidatura di Scannapieco non sia arrivata al capolinea. È una scelta forte, molto gradita in ambienti che hanno un peso enorme. Però le pedine che si devono muovere sono tante. © RIPRODUZIONE RISERVATA Il ragioniere generale Daniele Franco e il ministro del Tesoro Giovanni Tria FABIO FRUSTACI/ ANSA. GOFFREDO DE MARCHIS

19/07/2018 – Il Sole 24 Ore

Tria: 150 miliardi per investimenti Grandi opere in 15,7 anni

Il Rapporto Il ministro: 118 miliardi attivabili subito. Ma in 4 anni peggiorati ulteriormente i tempi di realizzazione
Non è un problema di risorse: ci sono 150 miliardi stanziati nel bilancio statale per i prossimi 15 anni e «già scontati dall’ indebitamento netto: di questi 118 sono attivabili subito». È invece sempre più un problema di capacità di spendere: l’ ultimo rapporto del governo dice che servono mediamente 15,7 anni per realizzare una grande infrastruttura di importo superiore ai 100 milioni. Il ministro dell’ Economia, Giuseppe Tria, ha confermato ieri che il “cuore” e la priorità della sua politica per tirare fuori l’ Italia dalle secche pericolose di questi mesi è far partire davvero gli investimenti dopo il crollo degli u ltimi dieci anni. Ha aggiunto – introducendo un seminario della Ragioneria generale dello Stato sul partenariato pubblico-privato (PPP) – che bisogna creare le condizioni per favorire la partecipazione dei capitali privati nella realizzazione e gestione di infrastrutture. «Il partenariato pubblico-privato – ha detto – può costituire uno strumento significativo di rilancio dell’ economia e di attrazione dei capitali privati». Può aiutare a raggiungere il triplice obiettivo di migliorare l’ efficienza dell’ utilizzo dei fondi pubblici, selezionare le opere pubbliche con più alto tasso di rendimento, moltiplicare le opere che si possono portare fuori del bilancio pubblico. Proprio per questo ieri è stato presentato uno schema di contratto tipo per il PPP che sarà sottoposto a consultazione dopo l’ estate e dovrebbe garantire un quadro di regole chiare per ridurre le aree di incertezza per i privati e contribuire a superare le obiezioni di Eurostat sul collocamento delle spese fuori dei bilanci pubblici. Tria ha evitato qualunque riferimento alle polemiche dei giorni scorsi sulla relazione tecnica del decreto lavoro e sul ruolo della Ragioneria generale, ma la sua partecipazione al seminario al fianco del ragioniere Daniele Franco è stato interpretato come ulteriore dimostrazione di fiducia totale verso la struttura e il suo vertice. Tria ha fatto un riferimento anche all’ ultimo monitoraggio sui tempi di esecuzione degli investimenti. Proprio ieri l’ Agenzia per la coesione territoriale (al seminario era presente anche Maria Ludovica Agrò) ha pubblicato sul proprio sito l’ aggiornamento del «Rapporto sui tempi di attuazione delle opere pubbliche» fatto quattro anni fa dall’ Uver (ora Nuvec, Nucleo di verifica e controllo). Il monitoraggio ha riguardato 56mila interventi su tutto il territorio nazionale per un importo totale di 120 miliardi (quattro anni fa erano 35mila interventi per un importo di 100 miliardi).La fotografia segnala un peggioramento per le grandi opere di importo superiore a 100 milioni, da 14,7 a 15,7 anni. Poco cambia se si sceglie una soglia di 50 milioni per definire le grandi opere: si passa da 11,6 a 12,2 anni. Si accelerano invece i tempi di attuazione dei piccoli interventi di importo inferiore a 100mila euro: si passa da 2,9 a 2,6 anni. Che, in assoluto, non è che sia poco. La media di tutte le opere di qualunque dimensione – un dato poco significativo – resta intorno ai 4,4 anni. Più interessante – ma anche qui il miglioramento non rimedia a una situazione generale drammatica – è il dato sui «tempi di attraversamento». Èun indice del peso della burocrazia sul settore perché i «tempi di attraversamento» sono quelli che passano fra un atto e l’ altro, fra una procedura e l’ altra. Il Rapporto registra una riduzione in questi quattro anni dal 61 al 54 per cento. La progettazione preliminare è sempre quello dove il peso di questi tempi è maggiore, il 69% contro il 75% di quattro anni fa, mentre la riduzione più forte è per le opere di importo inferiore a 5 milioni di euro. Quanto alla ripartizione territoriale, le Regioni con i tempi più lunghi sono Molise e Basilicata, con una media di 5,7 anni. Migliorano Sicilia (da 6,9 a 5,3 anni) e Umbria (da 4,9 a 4,3 anni) mentre il peggioramento più grave è proprio quello del Molise (da 4,9 a 5,7). Il Rapporto rileva poi – a proposito delle tipologie di stazioni appaltanti – che «cresce la differenza» tra la performance migliore (quella delle regioni) e quella peggiore (dei Comuni intermedi) da circa nove mesi a oltre 20 mesi. In generale si registra un peggioramento dei piccoli Comuni e delle Province e un miglioramento di Regioni e ministeri. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

 

 

19/07/2018 – La Repubblica

TRIA, MINISTRO SOTTO SCHIAFFO

La partita delle nomine/2
Ci stiamo riflettendo bene per non sbagliare », prova a rassicurare, più notarile che mai, il premier-ologramma Giuseppe Conte. E in effetti sì, ci stanno riflettendo proprio bene, la Lega e i 5 Stelle, sulle nomine da fare alla Cassa depositi e prestiti. Tanto bene da non aver deciso da oltre un mese che cosa fare. Non stiamo parlando di una piccola partecipata di Stato, di un’ azienda sanitaria locale, di una municipalizzata come quelle che il governo del cambiamento promette di rivoltare, ma del principale braccio finanziario pubblico-privato, controllato dal Tesoro. La Cdp raccoglie 250 miliardi di risparmio postale degli italiani e ha in portafoglio attività per quasi 500 miliardi: dalle quote di Eni alla partecipazione in Telecom, acquisita in primavera proprio per far piacere al nuovo corso nazional-sovranista-statalista-dirigista e via dicendo. Una sua decisione può cambiare il destino di una grande azienda, di un intero settore industriale.Tutto bloccato. L’ assemblea di Cdp doveva essere a maggio, poi era slittata a metà giugno, poi a fine mese, poi al 13 luglio, poi a ieri, adesso – e forse è l’ ultima volta – a martedì prossimo. Questo mentre sottotraccia e dietro i pubblici abbracci gialloverdi si consuma la più classica delle lotte di potere tra i due partiti della maggioranza, affamati di nomine e interessati ciascuno a privilegiare il criterio della fedeltà di partito a quello della competenza. È per questo che ieri mattina, mentre i decreti di nomina erano già pronti alla firma, il dirigente della Cdp Fabrizio Palermo, che sarebbe dovuto diventare direttore generale della Cassa, ha fatto sapere che lui non ci stava e voleva di più, ossia la carica di amministratore delegato. La stessa carica che il ministro dell’ Economia, Giovanni Tria, aveva deciso fosse del grand commis Dario Scannapieco. Tanta intraprendenza è dovuta al fatto che Palermo ha già dai mesi scorsi prontamente offerto le sue indubbie competenze ai 5 Stelle e che gli stessi grillini, desiderosi di far valere almeno in un caso la loro posizione di azionista di maggioranza del governo, vogliono per lui solo il meglio. Meno ansiosi di spianargli la strada sono i leghisti che lo considerano un convertito dell’ ultima ora e pure un po’ opportunista. L’ unico punto che pare unire i gialloverdi è l’ avversione per Scannapieco: un Ciampi-boy, che di questi tempi e per questi ambienti è un insulto peggio di “buonista”. Niente di nuovo, davvero. Anzi, tutto desolantemente vecchio. Anche perché quello della Cdp non è l’ unico conflitto aperto tra la Lega e i 5 Stelle. La prima frena i secondi sulle norme per rendere meno flessibile il lavoro e i lavoratori, gli altri si oppongono alle pulsioni armate di Salvini sulla legittima difesa. In questa guerra di potere, identica fin nei dettagli a quelle deprecate in altre epoche da chi oggi è al governo, l’ urto tra leghisti e grillini rischia di mettere nella scomoda posizione del vaso di coccio il ministro Tria. È stato lui, assieme a Conte, a ricevere lunedì sera a Palazzo Chigi Scannapieco e Palermo per dare loro l’ investitura ufficiosa, che fino a ieri mattina era ufficiale. Ed è per lui una smentita sonorissima quella arrivata ieri dagli azionisti di maggioranza del governo, che gli vorrebbero attribuire tanto potere quanti sono i voti che ha preso alle elezioni. Zero. E se l’ ingualcibile Conte incassa da par suo e non sembra dare importanza all’ accaduto, Tria non potrà fare a meno di riflettere sul fatto che è proprio il suo ministero l’ azionista di iper-maggioranza della Cassa, con l’ 82 per cento del capitale. Ma ovviamente questo non è che un inizio. Il partito unico del fisco lasco e della spesa pubblica illimitata – magari anche mettendo le mani nelle tasche della Cdp e, quindi, del risparmio postale degli italiani – non potrà che moltiplicare gli attacchi al ministro. E la Finanziaria deve ancora arrivare. © RIPRODUZIONE RISERVATA Nella guerra di potere per Cdp tra Lega e M5S il titolare dell’ Economia sta nella posizione del vaso di coccio. FRANCESCO MANACORDA

19/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Campus bio-medico di Roma, ecco i sette progetti finalisti del concorso

Francesca Oddo

Verde, spazi aperti e “comunità” i fattori comuni degli elaborati in gara per il raddoppio del campus (200 milioni di investimento)

Il concorso internazionale a inviti bandito dall’Università Campus Bio-Medico di Roma (si veda il servizio), presenta finalmente i suoi risultati, firmati da Atelier(s) Alfonso Femia, Diller Scofidio + Renfro e Alvisi Kirimoto Partners, El Equipo Mazzanti, Labics + Topotek 1, Mario Cucinella Architects, Sauerbruch Hutton, Xaveer De Geyter Architects, i sette concorrenti selezionati provenienti da USA, Colombia, Germania, Belgio e Italia.

Il concorso, che rientra nel Piano di sviluppo 2015-2045 “piùCampus”, mira a raddoppiare le attività, i servizi offerti e gli spazi dedicati alla didattica, alla ricerca e all’assistenza medica. Dagli attuali 77 mila e 500 metri quadrati si passerà a 186 mila in trenta anni, con un investimento di 200 milioni di euro per un’iniziativa concorsuale fra le più significative degli ultimi anni in Italia.

Nei giorni scorsi la giuria, composta fra gli altri da Jo Coenen, ha osservato le sette proposte progettuali, diverse fra loro e allo stesso tempo accomunate dall’attenzione rivolta al verde, agli spazi aperti, al concetto di comunità. Come quella di Atelier(s) Alfonso Femia -”VIRIDI SCRIPTURAS / GREEN FLOW(er)S. TOMORROW IS THE YESTERDAY FUTURE”, che lega le quattro aree tematiche nelle quali è suddiviso il progetto alla Riserva Naturale di Decima-Malafede, puntando sulla sinergia, intima e profonda, fra architettura e paesaggio.

Il progetto di Diller Scofidio + Renfro e Alvisi Kirimoto Partners -”A SEED FOR THE CAMPUS GROWTH”- si articola lungo due assi perpendicolari attorno a cui si concentrano strutture di collegamento attrezzate sospese da terra, piazze e una serie degli edifici con funzioni e usi differenti e flessibili; il fianco che guarda verso il Parco di Decima diventa una grande area verde attrezzata per spazi pubblici e aree agricole.

L’intervento di El Equipo Mazzanti -”LIVING CAMPUS”- punta sulla modularità degli edifici pensati per adeguarsi nel tempo alle nuove esigenze: i moduli presentano forme naturali immaginate come sistemi che crescono in sinergia con gli altri, alternando spazi abitati a luoghi pubblici per le diverse comunità.

Con “HORTI ACADEMICI” Labics + Topotek 1 immagina un sistema di due piazze attorno alle quali si concentrano i nuovi edifici per l’università e la ricerca è il nuovo cuore pubblico del campus.

Il lavoro di Mario Cucinella -”NATURE, HUMAN, KNOWLEDGE”- prevede un sistema di due assi ortogonali in cui gli elementi naturali e un sistema di spazi aperti continui diventano l’anima di tutto il complesso: anche in questo caso le architetture sono modulari e flessibili, oltre che diffuse, e nessuna di esse domina rispetto all’altra.

Con “LIVELLI DI APPRENDIMENTO – LAYERS OF LEARNING” Sauerbruch Hutton organizza il campus intorno a uno spazio centrale a verde pubblico, cuore pulsante di tutto il complesso.

Il progetto di Xaveer De Geyter Architects -”POTENTIA TRIUM”- è organizzato intorno a una griglia regolare che si affaccia su una importante striscia di verde centrale, spazio comunitario e simbolico del campus. Un unico, grande edificio sospeso da terra è il primo intervento immaginato per avviare la realizzazione del campus.

Il progetto vincitore sarà reso noto nel prossimo autunno. Successivamente la priorità sarà la realizzazione di nuovi spazi e servizi dedicati alla formazione universitaria per oltre 20 mila metri quadrati.

Ieri, 18 luglio, i sette progettisti hanno partecipato al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma al convegno “L’Architettura a servizio delle Istituzioni universitarie: Spazi innovativi per ispirare nuovi modelli a supporto della Formazione e della Ricerca”, organizzato nell’ambito del concorso e moderato da Luca Molinari e Martha Thorne, Direttore Generale del Pritzker Architecture Prize. Durante i talk, ogni architetto finalista ha presentato due esempi significativi di architetture costruite nell’ambito della progettazione moderna e contemporanea di spazi dedicati alla formazione. Un dibattito, quest’ultimo, che rientra nel programma di progettazione partecipata con il quale è stato concepito il concorso e che coinvolge la comunità: utenti e dipendenti di UCBM, cittadini, famiglie, anziani, istituzioni locali e pubbliche.

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19/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Cantone ancora più forte: dal 1° agosto l’Anac può impugnare tutti gli atti di gara illegittimi

Alessandro Arona

In Gazzetta il regolamento dell’Autorità che attua per la prima volta l’articolo 211 del Codice nella parte sui poteri di impugnazione

A partire dal 1° agosto prossimo l’Autorità nazionale Anticorruzione sarà ancora più forte in materia di vigilanza sugli appalti pubblici. Potrà impugnare davanti ai giudici amministrativi tutti gli atti di gara che si ritiene violino le norme in materia di contratti pubblici, e in caso di «gravi violazioni del Codice» l’Anac potrà direttamente intimare alle amministrazioni di cancellare l’irregolarità, pena anche in questo caso il ricorso al Tar. I “cartellini gialli” dell’Anac potranno riguardare sia gli atti generali (regolamenti, sistemi di qualificazione, bandi-tipo), sia i bandi e le procedure di gara (comprese le valutazioni delle commissioni e le aggiudicazioni), sia la fase attuativa dell’appalto (varianti, revisione prezzi, rinnovi taciti).

In pratica l’Anac avrà un potere di intervento molto ampio, e il vero obiettivo della disposizione è di indurre le amministrazioni a conformarsi alle sue indicazioni circa atti illegittimi, piuttosto che quello di alimentare un’altra ondata di ricorsi alla giustizia amministrativa (oltre a quelli avanzati dalle imprese sulle gare e per i contenziosi sui cantieri).

In tutto questo il nuovo governo Conte non c’entra nulla. I nuovi poteri dell’Anac sono quelli previsti dall’articolo 211 commi 1-bis e 1-ter del Codice appalti (Dlgs 50/2016), che entrano in vigore solo ora perché prima modificati dal Correttivo Dlgs 56/2017 e poi perché serviva un regolamento della stesa Anac, messo in consultazione nei mesi scorsi, approvato dal Consiglio dell’Autorità il 13 giugno scorso e andato ora in Gazzetta Ufficiale (n. 164 del 17 luglio 2018), con entrata in vigore 15 giorni dopo.

Si tratta, per capirsi, di quei “poteri di raccomandazione e sanzione” sui quali nell’aprile 2017 si scatenò una bufera politica tra Raffaele Cantone e il governo Gentiloni: la prima versione del Codice appalti (18 aprile 2016) li prevedeva ancora più forti di oggi, cioè dava all’Anac la possibilità di sanzionare direttamente, con multe fino a 25mila euro, le Pa che commettessero violazioni senza adeguarsi entro breve tempo alla segnalazione dell’Anac. Poteri che non entrarano mai in vigore, in attesa del decreto Correttivo, e che lo stesso decreto 19 aprile 2017, n. 56 cancellò del tutto (con una modifica misteriosa dell’ultim’ora che ricorda la vicenda della “manina” sul decreto Dignità). Seguì forte protesta di Cantone e dello stesso Pd, e la norma fu reinserita, seppure un po’ depotenziata, con il decreto legge 24 aprile 2017, n. 50, articolo 52-ter: solo potere di ricorso al Tar, non più di sanzione diretta.

L’attuale articolo 211 del Codice affida dunque due distinti poteri alll’Anac, operativi dal 1° agosto dopo l’uscita del regolamento:

1) la possibilità di «agire in giudizio per l’impugnazione dei bandi, degli altri atti generali e dei provvedimenti relativi a contratti di rilevante impatto, emessi da qualsiasi stazione appaltante, qualora ritenga che essi violino le norme in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture»;

2) la possibilità di intimare di rimuovere i vizi, pena il ricorso: questo l’Anac lo può fare «se ritiene che una stazione appaltante abbia adottato un provvedimento viziato da gravi violazioni del codice». In questo caso l’Anac «emette, entro sessanta giorni dalla notizia della violazione, un parere motivato nel quale indica specificamente i vizi di legittimità riscontrati. Il parere è trasmesso alla stazione appaltante; se la stazione appaltante non vi si conforma entro il termine assegnato dall’ANAC, comunque non superiore a sessanta giorni dalla trasmissione, l’ANAC può presentare ricorso, entro i successivi trenta giorni, innanzi al giudice amministrativo».

Il regolamento Anac disciplina soprattutto i contenuti dei concetti di «rilevante impatto», presupposto del primo potere, e quello di «gravi violazioni», presupposto per il parere motivato a cui adeguarsi entro 60 giorni al massimo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

19/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Cantone/2. Contratti di rilevante impatto e gravi violazioni, così viene definitito il campo d’azione

A.A.

Ampia possibilità di impugnazione, per le fasi programmatorie, della gara e dell’esecuzione dell’appalto. I contenuti del Regolamento

Il cuore del Regolamento Anac sui poteri di impugnazione di cui all’articolo 211 del Codice (andato in Gazzetta), è la definizione dei «contratti di rilevante impatto» (comma 1-bis) e delle «gravi violazioni» (comma 1-ter).

Nel primo gruppo rientrano, presupposto per i ricorsi Anac qualora «ritenga che essi violino le norme in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture», oltre a casi specifici come i grandi eventi, o appalti con impatto ambientale e paesistico, tutti gli appalti di lavori sopra i 15 milioni di euro e di servizi/forniture sopra i 25 milioni.

Lle «gravi violazioni», presupposto per il cartellino giallo Anac con invito ad adeguarsi entro 60 giorni, sono elencate dall’Anac all’articolo 6 del Regolamento, e comprendono ad esempio «clasuole o misure ingiustificatamente restrittive della partecipazione e più in generale della concorrrenza», o mancato o illegittima esclusione di un concorrrente dalla gara.

RILEVANTE IMPATTO

Ecco l’elenco di cui all’articolo 3 del Regolamento:

« 2. Si intendono di rilevante impatto contratti:

a) che riguardino, anche potenzialmente, un ampio numero di

operatori;

b) relativi ad interventi in occasione di grandi eventi di

carattere sportivo, religioso, culturale o a contenuto economico, ad

interventi disposti a seguito di calamita’ naturali, di interventi di

realizzazione di grandi infrastrutture strategiche;

c) riconducibili a fattispecie criminose, situazioni anomale o

sintomatiche di condotte illecite da parte delle stazioni appaltanti;

d) relativi ad opere, servizi o forniture aventi particolare

impatto sull’ambiente, il paesaggio, i beni culturali, il territorio,

la salute, la sicurezza pubblica o la difesa nazionale;

e) aventi ad oggetto lavori di importo pari o superiore a 15

milioni di euro ovvero servizi e/o forniture di importo pari o

superiore a 25 milioni di euro».

Il ricorso va fatto nei termini di legge, che decorrono, per gli atti soggetti a pubblicita’ legale o notiziale, dalla data di pubblicazione; per gli altri atti, dall’acquisizione della notizia,

da parte dell’Autorità, dell’emanazione dell’atto.

Cosa si può impugnare? Il regolamento Anac elenca una lunga serie di atti, generali e particolari, relativi alla fase programmatoria, della gara, dell’esecuzione dell’appalto:

«a) regolamenti e atti amministrativi di carattere generale, quali

bandi, avvisi, sistemi di qualificazione degli operatori economici

istituiti dagli enti aggiudicatori nei settori speciali, atti di

programmazione, capitolati speciali di appalto, bandi-tipo adottati

dalle stazioni appaltanti, atti d’indirizzo e direttive che

stabiliscono modalita’ partecipative alle procedure di gara e

condizioni contrattuali;

b) provvedimenti quali delibere a contrarre, ammissioni ed

esclusioni dell’operatore economico dalla gara, aggiudicazioni,

validazioni e approvazioni della progettazione, nomine del RUP,

nomine della commissione giudicatrice, atti afferenti a rinnovo

tacito, provvedimenti applicativi della clausola revisione prezzi e

dell’adeguamento dei prezzi, autorizzazioni del Responsabile del

procedimento e/o approvazioni di varianti o modifiche, affidamenti di

lavori, servizi o forniture supplementari».

GRAVI VIOLAZIONI

Alcuni dei casi elencati dall’articolo 6 sono effettivamente di estrema gravità, come la mancata pubblicazione del bando ove previsto dalla legge, ma altri sono fattispecie piuttosto ampie, come «clausole o misure ingiustificatamente restrittive della partecipazione e, piu’ in generale, della concorrenza», o mancata o illegittima esclusione del concorrente.

Ecco la lista: «2. Sono considerate gravi le seguenti violazioni:

a) affidamento di contratti pubblici senza previa pubblicazione

di bando o avviso nella GUUE, nella GURI, sul profilo di committente

della stazione appaltante e sulla piattaforma digitale dei bandi di

gara presso l’Autorita’, laddove tale pubblicazione sia prescritta

dal codice;

b) affidamento mediante procedura diversa da quella aperta e

ristretta fuori dai casi consentiti, e quando questo abbia

determinato l’omissione di bando o avviso ovvero l’irregolare

utilizzo dell’avviso di pre-informazione di cui all’art. 59, comma 5

e all’art. 70 del codice;

c) atto afferente a rinnovo tacito dei contratti pubblici di

lavori, servizi, forniture;

d) modifica sostanziale del contratto che avrebbe richiesto una

nuova procedura di gara ai sensi degli articoli 106 e 175 del codice;

e) mancata o illegittima esclusione di un concorrente nei casi

previsti dall’art. 80 e dall’art. 83, comma 1, del codice;

f) contratto affidato in presenza di una grave violazione degli

obblighi derivanti dai trattati, come riconosciuto dalla Corte di

giustizia dell’UE in un procedimento ai sensi dell’art. 258 del TFUE;

g) mancata risoluzione del contratto nei casi di cui all’art.

108, comma 2 del codice;

h) bando o altro atto indittivo di procedure ad evidenza pubblica

che contenga clausole o misure ingiustificatamente restrittive della

partecipazione e, piu’ in generale, della concorrenza».

Ampio anche lo spettro degli atti impugnabili:

«a) regolamenti e atti amministrativi di carattere generale, quali

bandi, avvisi, sistemi di qualificazione degli operatori economici

istituiti dagli enti aggiudicatori nei settori speciali, atti di

programmazione, capitolati speciali di appalto, bandi-tipo adottati

dalle stazioni appaltanti, atti d’indirizzo e direttive che

stabiliscono modalita’ partecipative alle procedure di gara e

condizioni contrattuali;

b) provvedimenti relativi a procedure disciplinate dal Codice,

quali delibere a contrarre, ammissioni ed esclusioni dell’operatore

economico dalla gara, aggiudicazioni, validazioni e approvazioni

della progettazione, nomine del RUP, nomine della commissione

giudicatrice, atti afferenti a rinnovo tacito, provvedimenti

applicativi della clausola revisione prezzi e dell’adeguamento dei

prezzi, autorizzazioni del Responsabile del procedimento e/o

approvazioni di varianti o modifiche, affidamenti di lavori, servizi

o forniture supplementari».

Il parere motivato può essere emesso dal Consiglio Anac entro 60 giorni dall’acquisizione della notizia, trasmesso alla stazione appaltante, la quale ha al massimo 60 giorni (fissati caso per caso) per adeguarsi (o meglio decidere di conformarsi comunicandolo all’Anac), pena la possibilità dell’Anac di fare ricorso.

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19/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ppp/1, il Mef presenta il contratto tipo di concessione per aiutare le amministrazioni

A.A.

Tria: «Vogliamo migliare le capacità tecniche della Pa e spingere le infrastrutture che non hanno impatto sui conti pubblici»

Incentivare e sostenere gli investimenti in opere pubbliche e di pubblica utilità, tutelando

al contempo la finanza pubblica. E’ l’obiettivo del nuovo contratto standard di concessione per la progettazione, costruzione e gestione di opere pubbliche in partenariato pubblico privato, messo a punto dal Mef e dalla Ragioneria generale dello Stato. Lo schema di contratto, presentato il 18 luglio al ministero dell’Economia (il contratto è in fase di perfezionamento e sarà pubblicato nelle prossime settimane dal Mef), punta ad offrire alle pubbliche amministrazioni che intendano affidare concessioni un supporto tecnico sul partenariato, con particolare riferimento alla corretta allocazione dei rischi, all’evoluzione normativa nazionale ed europea del settore, oltre che alla compatibilità tra profili giuridici, statistici e di finanza pubblica.

La definizione del contratto standard, ha spiegato il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, «permetterà un miglioramento delle capacità tecniche della p.a. e avrà un ruolo positivo nell’attrazione dei capitali esteri».

Il partenariato pubblico privato consentirà inoltre di «moltiplicare le opere che si possono realizzare nel rispetto dei vincoli di bilancio».

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19/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ppp/2, Ance: «Essenziale non accollare al privato rischi che non può controllare»

Domenico De Bartolomeo (vice Presidente Ance)

«Bene il contratto tipo del Mef, ma va potenziato il ruolo di Cassa Depositi come advisor e supporto alle amministrazioni»

Pubblichiamo l’intervento del vice-presidente Ance Domenico De Bartolomeo al convegno del Ministero dell’Economia che ha presentato il contratto standard di concessione per la progettazione,costruzione e gestione di opere pubbliche in partenariato pubblico privato (il contratto è in fase di perfezionamento e sarà pubblicato nelle prossime settimane dal Mef).

IL TESTO DELL’INTERVENTO DI DE BARTOLOMEO

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19/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ok Corte dei Conti alla delibera Cipe sulla Ionica, lavori entro l’anno per 1,3 miliardi

Alessandro Arona

Astaldi e Salini Impregilo devono fare il progetto esecutivo, poi si parte, a dieci anni dal bando di gara ex legge obiettivo

La Corte dei conti ha registrato la delibera Cipe n.3/2018 del 28 febbraio scorso relativa all’approvazione del progetto definitivo della seconda tratta del 3° megalotto della Ss 106 Ionica (opera di legge obiettivo), tratta che vale 1.049 milioni ma la cui approvazione sblocca l’intero megalotto già affidato a general contractor (valore complessivo 1.335 milioni di euro), ponendo le condizioni per l’avvio dei lavori per la fine dell’anno, inizio 2019.

La notizia viene dal Dipartimento programmazione economica (presidenza del Consiglio), che però non pubblica ancora la delibera.

I tempi di registrazione della delibera sono più o meno in linea con le previsioni che fece l’Anas nei mesi scorsi, ipotizzando entro entro la metà dell’anno la pubblicazione della delibera Cipe in Gazzetta e poi calcolando i tempi della progettazione esecutiva, a cura del general contractor Sjrio S.c.p.a. (Astaldi 60% e Salini Impregilo 40%) e arrivando così a prevedere l’avvio dei cantieri entro la fine dell’anno.

La stessa Astaldi spiegò che «l’approvazione da parte del Cipe pone le condizioni per lo sviluppo della progettazione esecutiva dell’intero 3° Megalotto (1° e 2° stralcio funzionale) e l’avvio delle attività propedeutiche alla realizzazione delle opere».

IONICA, MEGALOTTO 3

Il Megalotto 3 prevede il potenziamento a superstrada (due corsie per senso di marcia più spartitraffico) della 106 Ionica per 38 km tra Roseto Capo Spulico (dove finisce il tratto già ammodernato, da Taranto) fino a Sibari, dove comincia la bretella Firmo-Sibari (connessione con l’autostrada Salerno-Reggio “Del Mediterraneo”), bretella che dovrebbe essere pronta nell’aprile prossimo.

La storia di quest’opera, come abbiamo raccontato più volte, è ormai ultradecennale. Il bando a general contractor, su progetto preliminare (come usava a quell’epoca), è del

dicembre 2008 (base d’asta 961,9 milioni, importo complessivo massimo da delibera Cipe 1.234 milioni), con aggiundicazione provvisoria ad Astaldi-Impregilo per 791 milioni (importo complessivo scende a 1.063 milioni) nel dicembre 2010, ma contratto firmato solo nel marzo 2012 per intoppi nel finanziamento statale.

Il 14 giugno 2013 il contraente generale ha consegnato il progetto definitivo, con costo dell’opera salito (anche per le prescrizioni) da 791 a 818 milioni nel valore dell’appalto alle imprese, e da 1.063 a 1.165 milioni nel costo complessivo.

Poi è partito il lungo tira e molla tra soggetti statali sulle prescrizioni tecniche (Consiglio superiore Lavori pubblici), paesaggistiche (Mibact) e Ambientali (Commissione Via, Ministero Ambiente) al progetto definitivo.

Le richieste dei tre enti erano spesso confliggenti: l’Ambiente chiedeva più gallerie per ridurre l’impatto ambientale, e stessa cosa il Mibact per motivi paesistici. Al contrario il Consiglio superiore chiedeva meno gallerie per ridurre il rischio frana e il rischio grisù, un gas infiammabile di cui i terreni interessari sono ricchi. Il nodo, dal punto di vista tecnico, era anche evitare l’alternarsi troppo frequente di luce-buio per motivi di sicurezza.

Il progetto definitivo del 1° stralcio del Megalotto 3, da 276 milioni, era stato approvato dal Cipe il 10 agosto 2016, con delibera registrata solo un anno dopo, il 10 luglio 2017, ma con la precisa condizione che i lavori potevano cominciare solo dopo l’approvazione del 2° stralcio da 958 milioni, progetto quest’ultimo bocciato dal parere negativo del Consiglio superiore dei lavori pubblici.

Sotto la regia del Ministero delle Infrastrutture si è riusciti a trovare un compromesso e modificare così il progetto definitivo, arrivando a 10,4 km in galleria naturali o artificiali su 18 km, con costi aumentati da 276 a 286 milioni per il 1° stralcio e da 958 a 1.049 milioni per il secondo, con costi complessivi così saliti da 1.234 a 1.335 milioni di euro (di cui da 818 a 960 milioni la parte in appalto alle imprese).

I lavori, dunque, se tutto andrà bene, dovrebbero partire entro la fine dell’anno.

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19/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Infrastrutture priorità del governo, Tria: «le risorse ci sono, il problema sono i tempi»

Giorgio Santilli

Già scontati in bilancio 118 miliardi. ma servono in media 15,7 anni per realizzare opere di importo superiore a 100 milioni di euro

Non è un problema di risorse: ci sono 150 miliardi stanziati nel bilancio statale per i prossimi 15 anni e «già scontati dall’indebitamento netto: di questi 118 sono attivabili subito». È invece sempre più un problema di capacità di spendere: l’ultimo rapporto del governo dice che servono mediamente 15,7 anni per realizzare una grande infrastruttura di importo superiore ai 100 milioni. Il ministro dell’Economia, Giuseppe Tria, ha confermato ieri che il “cuore” e la priorità della sua politica per tirare fuori l’Italia dalle secche pericolose di questi mesi è far partire davvero gli investimenti dopo il crollo degli ultimi dieci anni. Ha aggiunto – introducendo un seminario della Ragioneria generale dello Stato sul partenariato pubblico-privato (PPP) – che bisogna creare le condizioni per favorire la partecipazione dei capitali privati nella realizzazione e gestione di infrastrutture. «Il partenariato pubblico-privato – ha detto – può costituire uno strumento significativo di rilancio dell’ecoonomia e di attrazione dei capitali privati». Può aiutare a raggiungere il triplice obiettivo di migliorare l’efficienza dell’utilizzo dei fondi pubblici, selezionare le opere pubbliche con più alto tasso di rendimento, moltiplicare le opere che si possono portare fuori del bilancio pubblico. Proprio per questo ieri è stato presentato uno schema di contratto tipo per il PPP che sarà sottoposto a consultazione dopo l’estate e dovrebbe garantire un quadro di regole chiare per ridurre le aree di incertezza per i privati e contribuire a superare le obiezioni di Eurostat sul collocamento delle spese fuori dei bilanci pubblici.

Tria ha evitato qualunque riferimento alle polemiche dei giorni scorsi sulla relazione tecnica del decreto lavoro e sul ruolo della Ragioneria generale, ma la sua partecipazione al seminario al fianco del ragioniere Daniele Franco è stato interpretato come ulteriore dimostrazione di fiducia totale verso la struttura e il suo vertice.

Tria ha fatto un riferimento anche all’ultimo monitoraggio sui tempi di esecuzione degli investimenti. Proprio ieri l’Agenzia per la coesione territoriale (al seminario era presente anche Maria Ludovica Agrò) ha pubblicato sul proprio sito l’aggiornamento del «Rapporto sui tempi di attuazione delle opere pubbliche» fatto quattro anni fa dall’Uver (ora Nuvec, Nucleo di verifica e controllo). Il monitoraggio ha riguardato 56mila interventi su tutto il territorio nazionale per un importo totale di 120 miliardi (quattro anni fa erano 35mila interventi per un importo di 100 miliardi). La fotografia segnala un peggioramento per le grandi opere di importo superiore a 100 milioni, da 14,7 a 15,7 anni. Poco cambia se si sceglie una soglia di 50 milioni per definire le grandi opere: si passa da 11,6 a 12,2 anni.Si accelerano invece i tempi di attuazione dei piccoli interventi di importo inferiore a 100mila euro: si passa da 2,9 a 2,6 anni. Che, in assoluto, non è che sia poco. La media di tutte le opere di qualunque dimensione – un dato poco significativo – resta intorno ai 4,4 anni.

Più interessante – ma anche qui il miglioramento non rimedia a una situazione generale drammatica – è il dato sui «tempi di attraversamento». È un indice del peso della burocrazia sul settore perché i «tempi di attraversamento» sono quelli che passano fra un atto e l’altro, fra una procedura e l’altra. Il Rapporto registra una riduzione in questi quattro anni dal 61 al 54 per cento. La progettazione preliminare è sempre quello dove il peso di questi tempi è maggiore, il 69% contro il 75% di quattro anni fa, mentre la riduzione più forte è per le opere di importo inferiore a 5 milioni di euro. Quanto alla ripartizione territoriale, le Regioni con i tempi più lunghi sono Molise e Basilicata, con una media di 5,7 anni. Migliorano Sicilia (da 6,9 a 5,3 anni) e Umbria (da 4,9 a 4,3 anni) mentre il peggioramento più grave è proprio quello del Molise (da 4,9 a 5,7). Il Rapporto rileva poi – a proposito delle tipologie di stazioni appaltanti – che «cresce la differenza tra la performance migliore (quella delle regioni) e quella peggiore (dei Comuni intermedi) da circa nove mesi a oltre 20 mesi. In generale si registra un peggioramento dei piccoli Comuni e delle Province e un miglioramento di Regioni e ministeri.

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