Rassegna Stampa 16/7/2018

14/07/2018 – Il Sole 24 Ore

Fumata ancora nera per Cdp, le nomine slittano al 18 luglio

cassa depositi e prestiti
L’ assemblea non decide ma viene riconvocata la settimana prossima
È stallo sulla Cassa despositi e prestiti. L’ assemblea convocata ieri si è regolarmente costituita, ma non ha proceduto alle nomine. È stata lasciata aperta e aggiornata al 18 luglio, su proposta del management di Cdp. Il breve lasso di tempo lasciato per la prossima puntata di questa telenovela non deve trarre in inganno sulla prospettiva che una soluzione sia vicina. È ormai il quarto rinvio, se si considera che la prima data per l’ assemblea di approvazione del bilancio era stata fissata per fine maggio. La situazione di impasse comincia a creare qualche inquietudine tra gli investitori: Cdp ha collocato circa 16 miliardi di bond, tra investitori istituzionali e retail, per circa la metà all’ estero. Preoccupazione vera non c’ è, perchè la società è ritenuta molto solida. Ma il timore che le attuali forze politiche non abbiano la capacità di esprimere un management adeguato alle sempre più complesse sfide alla quali è chiamata la Cdp comincia a farsi strada. Per quanto riguarda la gestione di crisi industriali, ma soprattutto per quella che riguarda il debito pubblico. La Cassa è intervenuta nelle scorse settimane sia sul mercato primario che secondario a sostegno dei titoli di Stato, nei giorni della crisi che ha seguito le prime fasi della costituzione del nuovo governo. Ora un nuovo rischio si riaffaccia all’ orizzonte: l’ allarme lanciato in occasione dell’ assemblea dell’ Abi sulla possibilità che il comitato di Basilea possa riprendere in considerazione di imporre la ponderazione dei titoli di Stato nei bilanci delle banche. Una misura che costringerebbe gli istituti di credito ad alleggerire le loro posizioni e scaricare titoli sul mercato con un impatto non indifferente sulla gestione del debito pubblico. Poi c’ è la paralisi dell’ attività di Cdp da mesi, che non permetterà di raggiungere i budget programmati. Tra l’ altro i primi di agosto deve essere approvata la semestrale in un contesto in cui l’ attuale board fa più che altro atto di presenza. La contesa sarebbe ancora sui nomi del cfo, Fabrizio Palermo, candidato a divenire ad. Posizione cui aspira anche Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei, la cui candidatura è sostenuta sia dal presidente dell’ Acri, Giuseppe Guzzetti (chiamato a dare un gradimento per conto delle fondazioni) che dal ministro per l’ Economia Giovanni Tria. Quest’ ultimo starebbe tenendo il punto anche perchè vorrebbe trovare un equilibrio con il nuovo dg del ministero, posizione in cui vedrebbe bene Alessandro Rivera. Ma su questo nome ci sarebbero ancora resistenze dei 5Stelle. © RIPRODUZIONE RISERVATA. L.Ser.

14/07/2018 – Italia Oggi

Più flessibilità sul Fondo pluriennale vincolato

Le novità del nuovo decreto correttivo del dlgs 118/2011
Fondo pluriennale vincolato più flessibile e maggiore raccordo fra Documento unico di programmazione e documenti di programmazione settoriale. Sono queste alcune delle più significative novità che saranno inserite nel nuovo decreto ministeriale correttivo del dlgs 118/2011 atteso nelle prossime settimane dopo il via libera da parte della Commissione Arconet, La prima modifica punta rendere più semplice il raccordo fra le norme contabili e quelle sugli appalti di lavori pubblici. Per questi ultimi, il testo vigente de principio contabile 4/2 consente di attivare il Fpv anche in mancanza di un aggiudicazione definitiva purché ricorra almeno una delle due seguenti condizioni: 1) vi sia una procedura di selezione del contraente avviata con la determinazione a contrarre, anche se non conclusa; 2) l’ ente abbia impegnato alcune (non tutte le) spese del quadro economico progettuale diverse quelle di progettazione. Il correttivo amplierà la portata della deroga, ammettendo la costituzione del Fpv sulle opere non ancora impegnate anche solo in presenza di una progettazione formalmente avviata. A differenza di quanto discusso negli scorsi mesi, Arconet non si è limitata ad eliminare l’ inciso che attualmente impedisce in tali casi di formare il Fpv, ma ha disciplinato in modo dettagliato e puntuale le diverse casistiche in cui ciò sarà consentito ed i imiti temporali di conservazione del Fpv, che potrà accogliere anche le somme oggetto di contenziosi innanzi agli organi giurisdizionali e arbitrali. In tal modo, sarà più semplice per i responsabili finanziari dare copertura a spese che di solito coprono archi temporali lunghi (spesso più del triennio di riferimento dei bilanci) e che mobiliano spesso risorse con impatti contabili differenziati (avanzo, debito, contributi ecc); in ogni caso, comunque, per aversi Fpv, l’ entrata dovrà essere stata accertata. Altra novità importante riguarda la definizione delle modalità di registrazione contabile del livello minimo di progettazione richiesto per l’ inserimento di un intervento nella programmazione dei lavori pubblici, della progettazione riguardante lavori di valore stimato inferiore a 100 mila euro e degli interventi inseriti nel programma triennale dei lavori pubblici e nell’ elenco annuale. Per quanto concerne il Dup, viene definitivamente chiarito quanto già desumibile dalla disciplina vigente in ordine al inserimento nel medesimo di tutti i documenti di programmazione relativi all’ attività istituzionale dell’ ente di cui il legislatore, compreso il legislatore regionale e provinciale, prevede la redazione ed approvazione. Tali documenti sono approvati con il Dup, senza necessità di ulteriori deliberazioni. Nel caso in cui i relativi termini di adozione o approvazione precedano l’ adozione o l’ approvazione del Dup, tali documenti di programmazione dovranno essere adottati o approvati autonomamente, fermo restando il successivo inserimento degli stessi nel Dup. Nel caso in cui la legge preveda termini di adozione o approvazione dei singoli documenti di programmazione successivi a quelli previsti per l’ adozione o l’ approvazione del Dup, tali documenti di programmazione potranno essere adottati o approvati autonomamente, fermo restando il successivo inserimento degli stessi nella nota di aggiornamento al Dup. I documenti di programmazione per i quali la legge non prevede termini di adozione o approvazione andranno senz’ altro inseriti nel Dup. © Riproduzione riservata.

14/07/2018 – Italia Oggi

Bocciati i controlli di qualità

L’ indagine Corte conti sulle verifiche interne attivate dagli enti rileva criticità diffuse
Solo il 7% si è tradotto in delibere. Poche misure correttive
Bocciatura secca per i controlli interni di qualità negli enti locali. Rimandati quelli sulle partecipate e sugli equilibri finanziari. Promossi, infine, gli altri internal audits. Può essere sintetizzato in questi termini il consueto report che la Corte dei conti – sezione delle autonomie dedica all’ argomento per fare il punto sul percorso di attuazione delle proprie linee guida emanate ai sensi dell’ art. 148 del Tuel. L’ indagine, approvata dalla deliberazione n. 13/sezaut/2018/Frg è relativa agli anni 2015 e 2016 e riguarda 832 amministrazioni, di cui 725 comuni sopra i 15 mila abitanti e 107 enti di area vasta, tra province e città metropolitane. Il numero di enti esaminato è tuttavia inferiore, in quanto hanno fornito risposta al questionario allegato alle Linee guida per l’ esercizio 2016 solo 755 enti, di cui 9 città metropolitane, 79 province e 667 comuni con popolazione superiore a 15 mila abitanti. Il punto più dolente riguarda, come detto, gli esiti del controllo di qualità, a partire dalla sua istituzione, che ha riguardato solo il 63% degli enti. A fronte di migliaia di report prodotti soprattutto dai comuni, solo il 7% circa si è tradotto in delibere di consiglio o di giunta, delibere alle quali ha fatto seguito un esiguo numero di misure correttive, oltretutto in diminuzione rispetto al 2015. Come dire che, anche nei pochi casi in cui sono state istituite, queste forme di internale audit rimangono perlopiù sulla carta, senza produrre effetti concreti sulle prassi amministrative. Gli unici aspetti positivi riguardano l’ uso degli indicatori relativi all’ accessibilità alle informazioni, alla correttezza con l’ utenza e alla tempestività di erogazione del servizio rispetto alla richiesta, che hanno interessato una percentuale largamente superiore al 50% degli enti. La misurazione annuale della soddisfazione dell’ utenza, operazione che dovrebbe obbedire a una prassi consolidata, non raggiunge invece la metà degli enti. Più ombre che luci anche per il controllo sugli organismi partecipati: circa il 75% degli enti dichiara di averlo istituito, ma solo il 38% circa ha ufficializzato in delibere i report prodotti dagli uffici appositamente attivati. L’ ulteriore diminuzione del già esiguo numero di misure correttive adottate dall’ Ente proprietario, dà conto delle difficoltà ad incidere efficacemente nella sfera d’ azione degli organismi esterni. L’ obbligo di redigere il bilancio consolidato è stato soddisfatto dal 16% degli enti, percentuale che resta bassa (anche se è destinata a salire per effetto dell’ obbligo introdotto dal dlgs 118/2011). Criticità diffuse anche per il controllo sugli equilibri finanziari, sebbene esso sia stato istituito dal 97% degli enti e nel 77% dei casi i responsabili dei servizi finanziari abbiano predisposto anche le propedeutiche linee di indirizzo e coordinamento, essenziali per individuare le informazioni da monitorare con cadenza periodica. A dispetto di queste percentuali, tuttavia, le misure adottate per consentire di ripristinare gli equilibri di bilancio a seguito delle segnalazioni effettuate dai controlli interni sono state modeste, soprattutto nei comuni, con un impiego particolarmente frequente della quota libera dell’ avanzo di amministrazione Buone notizie per le altre tipologie di controllo, in particolare per quello di regolarità amministrativa e contabile che registra risultati incoraggianti, grazie alla rinnovata affermazione dei processi di internal auditing ispirati al principio dell’ autotutela. PAGINA A CURA DI MATTEO BARBERO

16/07/2018 – Affari & Finanza

Completare non buttare il codice degli appalti

I lavori pubblici sono una delle grandi paludi d’Italia. Perché sono uno dei più pervasivi strumenti di corruzione e di infiltrazione della crimina- lità, perché i tempi di realizza- zione sono lunghissimi e im- prevedibili e perché i costi so- no troppo spesso lontani dalle previsioni. Il risultato di tutto ciò è che l’Italia è in perenne ri- tardo nelle infrastrutture, che sono un fattore di competitivi- tà dell’economia e di qualità della vita dei cittadini, che il li- vello di manutenzione del pa- trimonio pubblico è indecen- te e che alla crescita manca un pezzo fondamentale, gli inve- stimenti pubblici, che ha an- che un moltiplicatore elevato sul Pil e un impatto rilevante sull’occupazione. Paradossal- mente, nel paese che fa sem- pre fatica a chiudere i bilanci, il problema principale non so- lo i soldi. I problemi principali sono la complessità dei processi deci- sionali ed esecutivi delle am- ministrazioni, resi tali anche per il doveroso obiettivo di eli- minare la corruzione e, dall’altra, la perdita di professionalità nelle am- ministrazioni stesse. Molti ricorda- no con nostalgia l’autorevolezza e la severità degli ingegneri del Genio Civile, delle quali restano oggi solo sporadici esempi. Il governo in carica ha deciso di prendere il toro per le corna, anche per riappropriarsi di uno strumen- to fondamentale di politica econo- mica e di una leva per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione. Giusta de- cisione, il problema è l’approccio. La tentazione è quella di percorrere la solita strada: le cose non vanno? Si fa una legge, si cambia la normati- va, si ribaltano le riforme fatte negli ultimi anni e si ricomincia daccapo con la riforma giusta. L’esperien- za ci dice che questa la strada non porta lontano, l’idea che un proble- ma complesso si risolva con una nuova legge è antica, ingenua e op- portunista: consente di annunciare la legge e se il problema resta lì con la sua cancrena pazienza. Il settore è stato regolato nella pri- mavera del 2016 dal nuovo Codice degli Appalti, che è una riforma pro- fonda che adegua la normativa ita- liana alle direttive europee. Il nuo- vo codice non è perfetto, ma non è questo il suo problema, poiché le ri- forme per funzionare devono esse- re continuamente migliorate ed adeguate ai tempi e al confronto con la realtà. Il suo problema principale è che alla sua attuazione a qua- si due anni e mezzo dal varo manca- no ancora buona parte dei regola- menti. Prima di pensare di cambiarlo sa- rebbe meglio applicarlo e migliorar- lo nei punti che si sono rivelati og- gettivamente problematici. Le amministrazioni e le imprese ci hanno messo quasi due anni a di- gerire la nuova normativa, come te- stimonia il crollo del numero delle gare nel 2016 e nel 2017, ma ora la digestione è fatta e infatti tra genna- io e giugno del 2018 il numero dei bandi è aumentato del 27 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017 e l’importo complessivo è cresciuto del 56 per cento da 8,9 a quasi 14 mi- liardi. La macchina ha ripreso a muoversi e sarebbe un errore ma- dornale bloccarla ingolfandola con nuove norme. Un po’ di stabilità nel- le regole è fondamentale per qual- siasi settore economico, tanto più per uno così complesso e delicato. L’aumento dei bandi è un fatto positivo, ma perché diventi occupa- zione e Pil c’è una selva oscura da at- traversare, che è perigliosa quanto il passaggio dalla conclusione del bando all’apertura dei cantieri. È in quella selva oscura che le speranze troppo spesso si consumano. Le ragioni non sono tanto il con- tenzioso, il balletto dei ricorsi che è uno tra più praticati sport naziona- li, che secondo gli ultimi dati incido- no solo per il 3 per cento sull’avvio delle opere, quanto soprattutto l’i- nadeguata preparazione sociale, politica e amministrativa (nono- stante i tempi lunghissimi che pas- sano dal momento in cui un’opera viene deliberata e il bando di gara), e l’inadeguatezza dei progetti, in particolare dei progetti esecutivi, che quasi solo per le grandi opere vengono sottoposti a processi di va- lidazione adeguati e indipendenti. Allora, se hanno più a cuore i ri- sultati che i proclami, le cose da fa- re sono completare l’attuazione del Codice degli Appalti e, pragma- ticamente, creare un gruppo di la- voro che analizzi caso per caso gli appalti bloccati e i cantieri fermi per sciogliere i nodi e farli andare avanti. E, soprattutto, invece di rin- correre la distribuzione di risorse pubbliche per conquistare un faci- le consenso, utilizzarne un po’ per assumere un paio di migliaia di bra- vi ingegneri per riqualificare le am- ministrazioni. La riforma delle ri- forme sarebbe questa. Marco Panara

16/07/2018 – Il Sole 24 Ore

«Torniamo all’ appalto integrato e stop alle cause blocca-opere»

«Bisogna tornare alla possibilità di utilizzare l’ appalto integrato, con regole che evitino gli abusi, e superare l’ effetto bloccante del contenzioso, pensando a modalità che permettano di andare avanti con l’ opera anche in caso di ricorso e prevedano il pagamento di una quota dell’ utile se l’ impresa perde la causa». Dopo quattro anni alla guida di un grande Comune come Bari, il presidente dell’ Anci Antonio Decaro sa che per la ripresa degli investimenti locali i soldi sono importanti. Ma non sono tutto. Tanto più che i soldi spesso ci sono, imbrigliati in una rete di regole che non permettono di utilizzarli. Venerdì all’ assemblea nazionale dei piccoli Comuni Anci il viceministro all’ Economia Laura Castelli ha promesso di intervenire sulla questione degli avanzi di amministrazione, ma ha aggiunto che spesso non è facile trovare l’ equilibrio fra le richieste della politica e i freni delle strutture tecniche. Come se ne esce? Il quadro è chiaro: il 92% dei Comuni ha in bilancio avanzi che per un motivo o per l’ altro non può utilizzare. Dopo le sentenze della Corte costituzionale l’ obiettivo di superare il problema è urgente e condiviso. Ma i fondi, una volta liberati dalle regole contabili, devono poter essere utilizzati. E qui interviene il capitolo appalti. Giovedì presenterete insieme ai costruttori dell’ Ance un pacchetto “sblocca-cantieri”. A che cosa puntate? Chiediamo di poter tornare a fare l’ appalto integrato, in cui il progetto esecutivo viene realizzato dall’ impresa sulla base del definitivo preparato dall’ amministrazione. Nel Codice appalti era stato introdotto il divieto per fermare gli abusi e gli sprechi prodotti soprattutto dalle grandi stazioni appaltanti. Ma poi Anas e Ferrovie hanno ottenuto deroghe, e il cerino è rimasto in mano ai Comuni che dopo anni di blocco al turn over non hanno le competenze per fare la progettazione esecutiva. E poi chiediamo di mettere un freno alle «liti temerarie». Ci aveva già provato il governo Gentiloni, ma gli ostacoli tecnici si sono rivelati insormontabili. Ma la situazione è insostenibile. Su aspetti tecnici come i metodi di calcolo nella valutazione dell’ offerta ci sono addirittura sentenze opposte dello stesso Consiglio di Stato. Non è possibile che un quadro così intricato blocchi tutto: si deve lasciare andare avanti l’ opera, e prevedere forme di risarcimento alternativo quando non c’ è il dolo. Bisogna mettere dei filtri, poi, per evitare che contro a una decisione Anac si possa ricorrere al Tar, in un corto-circuito infinito. Ha parlato di deficit di competenze, ma sul turn over di passi avanti ne sono stati fatti. Perché non basta? Perché ci sono ancora troppi vincoli. Le leggi nazionali hanno messo norme di favore settoriali, per assumere educatori, assistenti sociali o vigili urbani. Ma perché il governo deve decidere le priorità dei Comuni, che sono tutti diversi fra loro? Sul personale, come sul fisco bloccato da quattro anni, bisogna tornare all’ autonomia: il governo fissi le regole generali, e lasci agli amministratori le scelte. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

16/07/2018 – Il Sole 24 Ore

Cda, il fantasma dei tetti ai compensi

SOCIETÀ PARTECIPATE
Decreto previsto da tre anni ma senza provvedimento resta il tetto «casuale» al 2013
Qualcuno si ricorderà dell’ articolo 11, comma 6 del Testo unico sulle partecipate, dove si prevede che con decreto del ministero dell’ Economia siano definiti indicatori dimensionali quantitativi e qualitativi per individuare fino a cinque fasce per la classificazione delle società a controllo pubblico. A ogni fascia deve corrispondere un ai limite dei compensi per amministratori, organi di controllo, dirigenti e dipendenti, che non può comunque eccedere il limite di 240mila euro annui lordi, tenuto conto anche dei compensi corrisposti da altre pubbliche amministrazioni o da altre società a controllo pubblico. Nella lunga attesa della sua emanazione, anche se confusamente, il legislatore aveva previsto al comma successivo che resterebbe in vigore, per le società locali, il dell’ 80% dei compensi percepiti al 31 dicembre 2013 (articolo 4, comma 4 del Dl 95/2012). Più sezioni della Corte dei Conti hanno ribadito che quest’ ultimo vincolo è in vigore, anche se probabilmente tutto ciò non reggerebbe di fronte a un organo giurisdizionale vista l’ abrogazione del comma 1 dello stesso articolo, che individuava i destinatari della disposizione. Il regime dell’ 80% pare poi estremamente debole, quanto meno per la parte variabile della remunerazione. Può questa, a buon senso, essere compresa nel tetto ai compensi? E se nel 2013 non spettava? Si dovrà di fatto abrogare? E se nel 2013 è stata percepita ma poi non se ne ha più diritto, si possono aumentare i compensi “stabili”? Proprio per questo era stato previsto che il decreto sulle cinque fasce dovesse essere adottato in tempi brevissimi, 30 giorni. È inutile perdersi nelle dietrologie, cercando di immaginare a chi convenga o meno. È chiaro, però, che se manca il coraggio o la forza di emanare la disposizione, occorre almeno dare un contributo di chiarezza, abrogando la norma “transitoria”. Così, senza più alcun alibi, il limite ai compensi tornerà ad essere libero, nel limite dei 240 mila euro, e i vari livelli della amministrazione, dal presidente del consiglio al sindaco, si dovranno assumere la responsabilità di valutare i compensi che spettano agli amministratori di società, valutando caso per caso e rispondendo dei risultati delle loro scelte. «E’ la politica, bellezza». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Stefano Pozzoli

16/07/2018 – Il Sole 24 Ore

Dimezzati gli investimenti locali: piano in tre mosse per ripartire

Un’ altra frenata, l’ ennesima, rallenta anche nella prima metà di quest’ anno gli investimenti dei Comuni. E spiega il degrado di strade, edifici pubblici e arredi urbani di molte città italiane, ma anche il nuovo protagonismo del tema investimenti nell’ agenda del governo. Ai tavoli tecnici si sta lavorando a un piano in tre mosse, per semplificare le procedure degli appalti e per la liberazione degli avanzi, cioè i “risparmi” bloccati nei conti degli enti locali dalle regole attuali del pareggio di bilancio; una liberazione che passerebbe prima da alcuni interventi interpretativi ora sui tavoli del Mef, per poi arrivare alla riscrittura del pareggio nella manovra d’ autunno. In gioco (calcola l’ Upb) ci sono 3,7 miliardi di euro nei Comuni (e 16,2 in tutti gli enti territoriali, regioni comprese), che in larga parte sarebbero coperti dai risparmi in eccesso (overshooting) che gli enti locali realizzano ogni anno per la complessità delle regole e i difetti della programmazione. Ma è dai numeri realizzati finora che bisogna partire. Il Siope, il cervellone dell’ Economia che tiene sott’ occhio le casse degli enti pubblici, mostra quelli più significativi all’ atto pratico: i pagamenti effettivi in conto capitale, frutto quindi degli appalti che hanno superato tutti gli ostacoli prodotti da progettazione, impegni di spesa e realizzazione dei lavori. E le cifre raccontano di una costante morìa degli investimenti, nonostante i molti tentativi. Nei primi sei mesi del 2018, i Comuni hanno pagato fatture per investimenti per 3,45 miliardi, cioè il 9% in meno rispetto allo stesso periodo dell’ anno scorso. Nel 2017, la flessione era stata del 4,7% ma al di là delle oscillazioni nei decimali – che dipendono anche dai tempi della regolazione contabile – il quadro strutturale si fa chiaro quando si allarga lo sguardo della serie storica. Rispetto al 2008, il calo degli investimenti è del 46,7%, e qualche altra cifra aiuta ad andare più sul concreto. Nel primo semestre di dieci anni fa i sindaci avevano speso 1,33 miliardi per le strade, mentre quest’ anno si sono fermati a 646 milioni (-51,3%). Per costruire o risistemare impianti sportivi si è passati da 313 a 173 milioni (-44,7%), per la «sistemazione del suolo» (riassetto idrogeologico) il crollo è da 298 a 131 milioni (-56,1%) e per le infrastrutture idrauliche si arriva quest’ anno a 136 milioni contro i 372 di dieci anni fa (-63,5%). La “cura” prodotta dalla crisi ha funzionato meno sulla spesa corrente: tra 2008 e 2018 il confronto fra i semestri mostra una crescita del 7%, comunque più lenta rispetto al 16% fatto segnare in dieci anni dallo Stato (Il Sole 24 Ore del 7 luglio). La spesa del personale ha frenato per il lungo blocco di stipendi e assunzioni, ma ora è in ripresa con il rinnovo del contratto e l’ allargamento del turn over; e nonostante le molte spending review il costo di beni e servizi (compresi i contratti per trasporti, rifiuti e così via) è in crescita. Il nuovo tentativo di rilancio degli investimenti, sottolineato dal ministro dell’ Economia Giovanni Tria e dal titolare degli Affari europei Paolo Savona come chiave per accendere tutta la politica economica del governo, parte da qui. E per gli enti locali vede prima di tutto un lavoro sulla contabilità. Sono pronti al Mef due interventi per rendere più gestibili le spese di progettazione, evitando il blocco quando non si ha la certezza matematica di arrivare in fondo all’ opera, e l’ utilizzo degli avanzi vincolati anche negli enti con i conti in rosso. Il secondo tempo arriverà invece con la manovra, quando saranno riscritte le regole di calcolo sul pareggio di bilancio per liberare del tutto i “risparmi” degli enti. Sulle regole attuali, del resto, sono arrivate due bordate dalla Corte costituzionale, per cui sarebbe complicato già oggi ipotizzare sanzioni agli enti che non rispettano una norma incostituzionale. La terza mossa è intitolata alle semplificazioni, e si concentra in un pacchetto di revisione del Codice appalti che Anci e Ance presenteranno giovedì. Tre premesse importanti, per imboccare la strada di una ripresa che però appare ancora lunga. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

16/07/2018 – Il Sole 24 Ore

Il nemico ora diventa il ritardo della Pa

Pagamenti alla moviola
Con l’ abolizione dello split payment per le partite Iva che lavorano con clienti pubblici rimasto in vita solo 13 mesi, per i professionisti il nuovo nemico è il pagamento ritardato. Se infatti l’ arrivo della scissione dei pagamenti anche per le partite Iva verso clienti pubblici dal 1° luglio 2017 aveva introdotto il rischio di crisi di liquidità, perché i professionisti venivano all’ improvviso privati di una forma seppur impropria di finanziamento, ora la beffa potrebbe essere quella di trovarsi persino ad anticipare allo Stato delle somme effettivamente mai incassate a titolo appunto di liquidazione Iva. Questo può accadere quando la fattura è indirizzata a una società controllata da enti pubblici locali e non (si veda l’ articolo a fianco) se il pagamento materiale della fattura arriva ben oltre i 60 giorni di legge. E i professionisti sanno che l’ ipotesi non è affatto remota: solo per fare un esempio l’ azienda rifiuti di Roma, l’ Ama, nel 2017 ha pagato le fatture con una media di 95 giorni di ritardo. La beffa può essere evitata solo se il documento contabile è indirizzato ad una amministrazione pubblica (ad esempio Comune, Asl, Regione) per i quali è ammesso il versamento Iva differito per cassa e non per competenza. Ma, attenzione, solo se sulla fattura il professionista ha inserito la particolare dicitura di Iva differita. Ma quanti sono i professionisti colpiti e ora in parte “sollevati” dallo split payment? Le categorie non sono mai riuscite a stimarlo perché non è facile distinguere la natura della clientela: uno stesso soggetto cioè può avere tra i propri clienti sia soggetti privati che pubblici e trattarli in modo indistinto. Sappiamo però ad esempio che sono oltre duemila (2.079, per l’ esattezza) i singoli professionisti con partita Iva censiti e registrati alla Consip per dialogare e ottenere commesse anche dalla pubblica amministrazione. Ad esempio attraverso il Mepa (mercato elettronico della Pa). Quello del Mepa è un mercato fatto soprattutto di piccoli incarichi per le amministrazioni locali. E per ora, appunto, nel Mepa si trova solo una piccola avanguardia di professionisti (che possono offrire servizi in ambito legale, tributario e gestionale). Altri possono rispondere direttamente a bandi di gara lanciati dalle singole amministrazioni. Molto più nutrita – ma sempre difficilmente censibile – la schiera di professionisti dell’ area tecnica (ingegneri, architetti, geometri, geologi e periti) che ogni anno concorrono ai bandi di servizi di ingegneria dei lavori pubblici (59,3 miliardi in palio nel 2017 censiti dall’ Anac). Soprattutto dopo l’ introduzione della fattura elettronica, l’ Ance in questo campo cita frequenti pressioni per differire l’ emissione stessa della fattura. E non far incappare l’ amministrazione nell’ obbligo di versare gli interessi per il ritardo. Una beffa doppia per il professionista. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Valeria Uva

16/07/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Appalti, Anac: illegittimo il bando che fissa un tetto ai ribassi d’asta

Massimo Frontera

Motivo: così si limita la concorrenza. Lo ricorda l’Autorità in un parere di precontenzioso relativo a una gara di servizi con offerta economicamente più vantaggiosa

In una procedura di appalto con criterio di aggiudicazione in base all’offerta economicamente più vantaggiosa, la stazione appaltante non può fissare un limite minimo al ribasso d’asta. È questo il rimprovero dell’Anac che si legge in un parere di precontenzioso sulla normativa approvato con la delibera del 27 giugno 2018 n.610.
Una centrale unica di committenza aveva mandato in gara, per conto del comune di Cento (Fe) il servizio di progettazione del valore di 82mila euro circa. Nel bando veniva fissato un tetto (del 50%) al massimo al ribasso sull’offerta economica, in parte motivato con l’esigenza di non comprimere il costo del lavoro. Dopo l’espletazione della gara, questa scelta dell’amministrazione, è stata contestata da un concorrente (risultato secondo nella graduatoria). Più precisamente, il concorrente ha contestato varie cose in relazione alla valutazione discrezionale effettuata dalla stazione appaltante. L’Anac però ha concentrato il suo parere sul solo elemento che «appare assorbente rispetto a tutti» in quanto causa stessa degli altri elementi, e cioè la «considerazione che sia stata proprio l’impostazione stessa della gara ad aver prodotto le conseguenze che per altro verso e per altre motivazioni vengono contestate dall’odierno istante. Specificamente ci si riferisce alla clausola di lex specialis che fissa al 50% il ribasso massimo ammissibile rispetto alla base d’asta».
Per prima cosa l’Anac ricorda che lo stesso Consiglio di Stato – con la pronuncia n.2912/2016– ha già chiarito che non è possibile indicare una soglia di ribasso massimo sul prezzo perché «introduce un’inammissibile limite alla libertà degli operatori economici di formulare la proposta economica sulla base delle proprie capacità organizzative e imprenditoriali, pregiudicando, sino di fatto ad annullarlo, il confronto concorrenziale sull’elemento prezzo». Ma l’Anac va oltre. «Fissando una percentuale massima di ribasso ammesso – si legge nel parere – la Stazione appaltante “suggerisce” già a priori quale ritiene essere il prezzo migliore e così spinge tutti i concorrenti a formulare un’offerta economica ridotta del 50% rispetto alla base d’asta o, quantomeno, ad approssimarsi quanto più possibile. Non a caso, nella gara in esame, ben 8 concorrenti su 17 (ma due sono stati esclusi) hanno offerto proprio il ribasso del 50%, uno il ribasso del 49,5%, e tutti gli altri ribassi comunque molto elevati, ovvero compresi tra il 27,54% e il 41%». «D’altra parte – si legge ancora – laddove la Stazione appaltante stabilisca già nella legge di gara una percentuale massima di ribasso consentita ciò finisce non solo per annullare la concorrenza sull’elemento prezzo, ma anche per anticipare di fatto, ancorché indirettamente, la valutazione in ordine alla congruità dell’offerta nel suo complesso. Valutazione che, in tali casi, appare atteggiarsi come una mera formalità destinata a concludersi con esito positivo».
Nella parte conclusiva del parere l’Anac dice due cose: fissare un limite al ribasso è il modo sbagliato di tutelare il costo del lavoro (per quale si deve fare riferimento ad altre norme); il compito della stazione appaltante è semmai quello di valutare il limite di anomalia dell’offerta. «Pertanto – si legge infatti nel parere – si può concludere che la limitazione introdotta con la discussa clausola della lex specialis, lungi dal costituire una garanzia che il prezzo proposto sia sufficiente a sostenere il costo del lavoro (e, quando del caso, a salvaguardare la corretta applicazione dei CCNL), finalità che peraltro deve essere perseguita attraverso lo strumento tipico all’uopo predisposto dal legislatore, all’art. 97 del Codice appalti, che consente di escludere dalla gara, all’esito del procedimento di verifica ivi contemplato, le offerte risultate anormalmente basse, finisce invece solo per generare una erronea e, quindi, illegittima applicazione del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, laddove annulla di fatto la concorrenza sull’elemento prezzo, con effetti distorsivi sull’iter del sub-procedimento di verifica dell’anomalia e dunque della procedura di aggiudicazione nel suo complesso». © RIPRODUZIONE RISERVATA

16/07/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Grandi opere/1. Toninelli: «Napoli-Bari prioritaria, troveremo i soldi che mancano»

Massimiliano Scagliarini e Alessandro Arona

Sulle ferrovie regionali ultimatum dell’Ansf: «A due anni dall’incidente, chi non si è ammodernato dovrà andare a 50 km/h»

Il governo Conte manterrà gli impegni sull’alta capacità ferroviaria Napoli-Bari, e si impegnerà nella ricerca dei circa due miliardi di euro che mancano per completare la dotazione finanziaria delle tratte già programmate. Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, in una intervista alla “Gazzetta del Mezzogiorno”: «Si tratta di problemi ereditati dai vecchi governi. Tutte le opere comprese nella vecchia legge Obiettivo sono soggette a project review, ma la Bari-Napoli è una tratta su cui questo governo punta molto per connettere meglio il Meridione, dunque le risorse vanno individuate. Il Sud sarà la priorità del mio mandato, perché bisogna collegarlo meglio al suo interno e al resto d’Italia. Ovviamente parliamo di infrastrutture che devono garantire sostenibilità economica, ambientale e sociale».
A fronte di un fabbisogno al momento stimato in 4 miliardi di euro (per i lavori ancora da avviare), oggi Rfi ha a disposizione circa 1,3 miliardi di euro che a giugno hanno consentito di mandare in gara solo le tratte Apice-Hirpinia (889 milioni di costo complessivo) e Frasso Telesino-Telese (395 totali).
Nei giorni scorsi è andata in Gazzetta
la delibera Cipe del dicembre scorsoche ha assicurato 736 milioni per la Napoli-Bari (215 milioni per il terzo lotto della Frasso Telesino-Vitulano, la San Lorenzo-Vitulano, 501 milioni per la Orsara-Bovino e 20 milioni per la stazione Av Foggia Cervaro). Si veda il servizio.
Gli altri soldi, circa due miliardi di euro, mancano, anche se Rfi a inizio anno li considerava di fatto “in arrivo”, ma il passaggio al nuovo governo li ha bloccati: 562 milioni arriverebbero dal Contratto di programma 2017-2021 , fermo al Ministero delle Infrastrutture dopo l’arrivo di Toninelli, e 1.392 milioni erano stati “prenotati” da Rfi (per completare il finanziamento della Apice-Orsara) nell’ambito del fondo Investimenti Dpcm 2018, anch’esso messo in stand by, per ora, dal governo Conte.
L’altro tema caldo del settore ferroviario riguarda le reti secondarie. L’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria ha annunciato ai gestori che dal 6 agosto, trascorsi due anni dall’approvazione del decreto ministeriale con cui nel 2016 (dopo l’incidente della Andria-Corato) il ministro Graziano Delrio trasferì le competenze di vigilanza da Ustif a Ansf, non saranno più consentite deroghe: chi non ha adeguato i binari al Dl 179 dovrà attenersi alle misure di mitigazione già prescritte, che significano velocità massima di 50 all’ora e “stop and go” ai passaggi a livello non presidiati. Per i pendolari può voler dire il raddoppio dei tempi di percorrenza.
«Abbiamo visto – ha detto sul punto Toninelli – che l’adeguamento di questi operatori regionali alle norme dell’Ansf avviene con lentezza e a macchia di leopardo. Bisogna accelerare e, nei limiti delle competenze che il ministero può avere, bisogna incoraggiare gli investimenti in tal senso». Solo tre gestori (la romagnola Fer, Fnm di Milano e Ferrotramviaria di Bari) hanno ottenuto l’Autorizzazione di sicurezza. Gli altri no, e nel frattempo vanno effettuati i lavori per installare sulle reti il Sistema di controllo marcia treno e per eliminare i passaggi a livello: nel 2017 il Cipe ha stanziato 245 milioni, di cui 115 sono finiti in Puglia. «ci sono i fondi stabiliti in Conferenza Stato-Regioni e le Regioni li hanno considerati sufficienti – ha commentato Toninelli -. Le aziende ferroviarie devono implementare gli interventi previsti e devono far presto. Analizzerò personalmente tutte le tratte regionali e, laddove non ci siano le condizioni neanche temporali per adempiere alle norme minime di sicurezza, ne chiederò il trasferimento a Rfi».
Una delle reti sotto osservazione è quella di Ferrotramviaria, dove il 12 luglio 2016 avvenne l’incidente che causò 23 morti e 50 feriti. A due anni dal disastro, la linea è ancora interrotta fino a Ruvo in attesa dei lavori di raddoppio sugli 11,6 km della Andria-Corato, appalto integrato aggiudicato a una Ati con capogruppo Cemes di Pisa con un ribasso del 22,4% sulla base d’asta di 33 milioni. Al momento il cantiere è in fase preliminare anche perché il Comune di Corato ha ritardato per 6 mesi il rilascio del permesso a costruire chiedendo opere di compensazione non previste nel progetto. La previsione di completamento (dicembre 2019) è oggi spostata a settembre-ottobre 2020, fermo restando che per la riapertura al traffico sarà necessario il via libera dell’Ansf oltre che quello della Procura di Trani, perché la tratta dell’incidente resta ancora sotto sequestro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

16/07/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Grandi opere/2. Il ministro incontra la commissaria Ue: «Rispetteremo i trattati»

A.A.

«Importante il piano Connecting Europe, auspichiamo che le risorse aumentino. Torino-Lione, analisi nel rispetto dei trattati»

«Importanza centrale di infrastrutture e trasporti», «collaborazione con la commissione europea», «rispetto dei trattati internazionali».
Il Ministero delle Infrastrutture pèarla di un «Cordiale faccia a faccia, al Mit, tra il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, e la Commissaria Europea ai Trasporti Violeta Bulc. Sul tavolo il Pacchetto Mobilità I, gli investimenti per la Connecting Europe Facility (Lione-Torino), il Brennero e gli oneri di servizio pubblico in Sardegna».
Pubblichiamo la lunga nota del Ministero.
«Il Ministro Toninelli ha evidenziato l’importanza centrale che lo sviluppo del settore infrastrutture e trasporti riveste nella visione del nuovo Governo e ha confidato in un finanziamento forte per la parte Trasporti nella 
nuova proposta della Commissione per il Quadro Finanziario pluriennale 2021-2027. Il titolare del Mit – aggiunge la nota – ha confermato l’intenzione dell’Italia di lavorare in stretto raccordo con le istituzioni Ue e con gli altri Paesi per lo sviluppo dei progetti europei e internazionali. Ha ribadito inoltre l’interesse dell’Italia per un compromesso qualificante sul Pacchetto Mobilità».
Entrando nel merito dei temi,
 circa il Pacchetto I il Governo italiano ha espresso perplessità sul compromesso presentato dalla Presidenza bulgara, sottolineando i punti qualificanti e dirimenti: l’aspetto sociale (accesso alla professione e al mercato, tempi di guida e di riposo, distacco dei lavoratori, noleggio) deve essere uno dei temi principali della regolamentazione del settore, mentre il cabotaggio deve essere un’attività solo temporanea, che non può essere svolta in maniera continuativa e sistematica e che necessita di una disciplina chiara che consenta di evitare fenomeni di concorrenza sleale. Inoltre, la sua regolamentazione deve consentire controlli efficaci. Agli autisti – spiega il Mit – il cui impegno è altamente gravoso fuori dal proprio domicilio, vanno assicurati le tutele dei lavoratori distaccati, trattamenti che evitino accumuli di fatica e garantite condizioni ottimali di riposo, con rientri a casa in termini congrui. Nel corso dei negoziati sono stati fatti alcuni progressi, ma gli aspetti principali continuano a rimanere irrisolti. Comunque l’Italia lavorerà con la Commissione e con gli altri Stati membri in modo costruttivo, anche sotto la Presidenza austriaca, per giungere a soluzioni equilibrate».
«L’Italia apprezza gli sforzi della Commissione volti ad assicurare dotazione e continuità finanziaria per il
 completamento delle reti e dei corridoi trans-europei nel bilancio Ue 2021-2027. La dotazione trasporti, sostanzialmente riconfermata nell’importo pari a 12,8 miliardi, seppur da destinare al nuovo assetto a 27 Stati membri, non dovrà quindi subire alcuna riduzione, anche alla luce dell’esperienza dello scorso negoziato che ha quasi dimezzato il budget totale dello strumento Cef.», prosegue la nota.
«Per l’Italia è importante poi garantire le priorità orizzontali legate alle Autostrade del Mare e al sistema europeo di segnalamento e controllo ferroviario 
Ertms. E’ fondamentale poter contare sulla conservazione della dotazione finanziaria dello strumento, sia rivolta alla rete globale che centrale, soprattutto sotto la forma di finanziamenti a fondo perduto: a tal proposito, infatti, la nostra stima di investimenti per il periodo 2021-2030 ammonta a circa 76 miliardi di euro. Il co-finanziamento europeo sarà quindi elemento imprescindibile.
Per quanto riguarda invece 
il Progetto transfrontaliero Torino-Lione – dice la nota – il ministro Toninelli ha evidenziato l’opera di razionalizzazione delle tratte di adduzione, con una riduzione dei costi da 4,3 a 1,7 miliardi. E ha confermato che, nel rispetto degli accordi internazionali, si sta provvedendo a una analisi costi-benefici scientifica ed econometrica, i cui esiti saranno condivisi con la Commissione Ue”.
Circa il Tunnel del Brennero, Toninelli ha chiesto a Bulc di valutare la conformità con le norme Ue dei blocchi settoriali imposti al traffico pesante dall’Austria, divieti che danneggiano fortemente le imprese italiane. E il Ministro italiano ha poi sottoposto alla Commissaria Ue il tema della continuità territoriale della Sardegna. Il Governo, infatti, intende portare a conclusione la procedura di definizione del nuovo regime degli oneri di servizio pubblico per gli aeroporti sardi di Cagliari, Alghero e Olbia con Roma e Milano. E’ indispensabile garantire parità di trattamento per tutti i cittadini dell’Unione residenti in tali aree. Dunque, si fa affidamento sulla collaborazione degli Uffici della Commissione per accelerare al massimo la definizione della procedura che porterà al nuovo regime degli oneri di servizio”, spiega il Mit.
“In relazione alla 
proposta di revisione della direttiva sul telepedaggio, Toninelli ha apprezzato l’equilibrio raggiunto nell’Orientamento generale del Consiglio del 7 giugno scorso e ha chiesto che il suo impianto non fosse modificato durante il negoziato con il Parlamento europeo. Tuttavia il Governo ritiene che vada esteso l’obbligo di copertura del servizio al fine di assicurare l’interoperabilità europea, per un servizio fruibile nell’intera Ue.
Infine il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha auspicato che il nostro Paese possa essere maggiormente rappresentato nei gradi apicali delle istituzioni e delle agenzie Ue, anche in riconoscimento del contributo italiano a tutti i livelli e della rilevanza che i trasporti hanno per il nostro Paese e la nostra economia. Toninelli si è augurato una maggiore attenzione della Commissione nella valutazione delle candidature di funzionari italiani nelle strutture della Commissione e in quelle direttamente collegate (quali Emsa o Eurocontrol). E ha riscontrato l’apertura in tal senso di Bulc”, conclude la nota del Mit.
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16/07/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Grave illecito professionale, esclusione legittima se c’è il rinvio a giudizio dell’amministratore

Roberto Mangani

Il Tar Campania ha recentemente dato una interpretazione estensiva all’applicazione del comma 5 lettera c) dell’articolo 80’ del Codice

Anche il semplice provvedimento di rinvio a giudizio intervenuto nell’ambito di un procedimento penale a carico degli amministratori di un’impresa per un reato che incida gravemente sulla integrità e affidabilità della stessa costituisce grave illecito professionale, come tale idoneo a provocare l’esclusione dalla gara.
Si esprime in questo senso una recente sentenza del 
Tar Campania, n. 4271 del 26 giugno 2018 che, nel collocarsi nell’ambito di quell’indirizzo giurisprudenziale tendente ad ampliare l’ambito di applicazione della norma sul grave illecito professionale di cui all’articolo 80, comma 5, lettera c) del D.lgs. 50, affronta il tema da un angolo visuale diverso da quello proprio delle più recenti pronunce.
Il fatto
Un Comune aveva avviato una gara per l’affidamento del servizio di trasporto scolastico. Alla gara aveva partecipato un solo concorrente, che era il medesimo che aveva già svolto lo stesso servizio in base a un affidamento immediatamente precedente quello in oggetto.
Tuttavia il concorrente in questione veniva escluso, in applicazione della norma sul grave illecito professionale sopra ricordata. Nello specifico, l’esclusione veniva disposta in ragione dell’esistenza di un decreto di rinvio a giudizio emanato nei confronti dell’amministratore dell’impresa, ritenendosi tale provvedimento sufficiente a minare quei requisiti di integrità e affidabilità la cui mancanza costituisce causa di esclusione dalle gare. Contro tale provvedimento di esclusione l’impresa presentava ricorso davanti al giudice amministrativo. Tale ricorso era basato sulla ritenuta non idoneità del semplice decreto di rinvio a giudizio a determinare l’effetto escludente, non avendo tale decreto quel carattere di esecutività che legittima l’ente appaltante ad emanare il provvedimento di esclusione. A questa censura il ricorrente ne aggiungeva una seconda. Veniva infatti ritenuto contraddittorio il comportamento dell’ente appaltante che non aveva mai mosso alcuna contestazione nell’ambito del precedente rapporto contrattuale – avente il medesimo oggetto di quello della gara – e nonostante ciò aveva poi proceduto all’esclusione del concorrente. Cosicché solo in sede di gara veniva riscontrato il venir meno dei requisiti di integrità e affidabilità dell’impresa, cui si accompagna il grave illecito professionale, la cui mancanza non era invece stata rilevata in costanza del precedente rapporto contrattuale.
Il carattere esemplificativo degli illeciti professionali indicati dalla norma
Le censure mosse dal ricorrente sono state respinte dal giudice amministrativo.
In via preliminare la pronuncia ribadisce l’orientamento giurisprudenziale prevalente secondo cui l’elencazione dei gravi illeciti professionali contenuta nella lettere c) del comma 5 dell’articolo 80 ha carattere meramente esemplificativo e non tassativo. La norma in questione indica infatti tra gli illeciti professionali le significative carenze nell’esecuzione di un precedete contratto di appalto che hanno causato la risoluzione anticipata dello stesso non contestata in giudizio o confermata all’esito di un giudizio o che hanno dato luogo a una condanna al risarcimento del danno o ad altre sanzioni; o ancora il tentativo di influenzare indebitamente il processo decisionale della stazione appaltante o il fornire informazioni false o fuorvianti in sede di gara. Questa elencazione, come si ricava anche dall’espressione utilizzata dal legislatore – dopo aver definito gli illeciti professionali viene specificato che “tra questi rientrano” – non esaurisce tutte le ipotesi di grave illecito professionale sulla base delle quali la stazione appaltante può legittimamente procedere all’esclusione del concorrente.
Ne consegue che residua in capo all’ente appaltante un significativo margine di discrezionalità nel valutare se taluni comportamenti o circostanze, pur non integrando le fattispecie indicate dalla norma, siano tali da configurare comunque un grave illecito professionale, fornendo naturalmente adeguata motivazione sull’incidenza di tale comportamento o circostanza sull’affidabilità o integrità del concorrente. In questa prospettiva il giudice amministrativo ha ritenuto che il provvedimento di rinvio a giudizio, pur non avendo alcun carattere di definitività in merito al procedimento penale in corso, sia di per sé sufficiente ad integrare un’ipotesi di grave illecito professionale. In sostanza, non è necessario che il procedimento penale sia sfociato in una sentenza di condanna – al limite anche non definitiva – poiché l’esclusione per gravi illeciti professionali si può basare anche su elementi che, anche se in via ancora presuntiva, configurano un comportamento che non è ritenuto compatibile con la partecipazione alla gara. E la valutazione di tale elementi è lasciata alla discrezionalità dell’ente appaltante, che ha il solo onere di fornite adeguata e congrua motivazione delle scelte effettuate. Nel caso di specie queste considerazioni assumono un rilevo ancora più pregnante in considerazione del fatto che il procedimento penale in corso e il relativo decreto di rinvio a giudizio si riferiscono all’affidamento del medesimo servizio oggetto della gara in corso e che l’ente appaltante è lo stesso.
La conclusione è che nel caso di specie l’apprezzamento discrezionale dell’ente appaltante si è correttamente riferito a circostanze che, ancorché non cristallizzate in alcun provvedimento definitivo, assumono rilievo ai fini della configurazione del grave illecito professionale. Il provvedimento di rinvio a giudizio riguarda infatti comportamenti posti in essere da soggetti collocati in posizione apicale e che peraltro configurano il tentativo di influenzare indebitamente il processo decisionale della stazione appaltante che la stessa norma individua come una delle figure sintomatiche del grave illecito professionale.
Sotto quest’ultimo profilo il giudice amministrativo evidenzia che il comportamento oggetto di censura non deve necessariamente riguardare la gara in corso, ben potendo essere stato posto in essere – come nel caso di specie – nell’ambito di una precedente gara, tanto più se relativa al medesimo servizio. Infine, nessun rilievo può assumere la circostanza che nei confronti dei soggetti rispetto ai quali è stato emanato il decreto di rinvio a giudizio sia stata decisa la revoca della misura cautelare in un primo tempo disposta. Infatti, le vicende del procedimento penale e di quello amministrativo si pongono su due piani diversi specie con riferimento alla relativa tempistica. Così, i tempi del procedimento penale sono spesso incompatibili con le esigenze proprie del procedimento amministrativo come nel caso di specie in cui la volontà di escludere un soggetto ritenuto non affidabile non può dipendere da condizioni che intervengono nell’ambito del procedimento penale.
Il grave illecito professionale in sede di gara
Lo specifico interesse della pronuncia in esame deriva dal fatto che si occupa dell’illecito professionale con riferimento a fatti che ineriscono allo svolgimento della gara. Come ricordato più sopra, il grave illecito professionale nella configurazione accolta dall’articolo 80, comma 5, lettera c) tocca due diversi ambiti: quello più tradizionale legato a precedenti rapporti contrattuali e quello più innovativo collegato a comportamenti tenuti in sede di gara, idonei a turbare il regolare svolgimento della stessa. Fino ad oggi la giurisprudenza si è per lo più occupata del primo profilo, delineando alcuni principi volti a definire la configurazione del grave illecito professionale in relazione a gravi carenze riscontrate nell’esecuzione di un precedente contratto di appalto. In questo ambito i giudici hanno accolto un’interpretazione estensiva della fattispecie, ribadendo in primo luogo il carattere esemplificativo delle ipotesi indicate dalla norma. Il medesimo approccio estensivo è adottato dalla pronuncia in commento, pur riguardando il diverso profilo dell’illecito connesso alla fase di partecipazione alla gara. Il tentativo di influenzare indebitamente il processo decisionale della stazione appaltante viene infatti configurato – come sopra illustrato – anche in presenza di un semplice provvedimento di rinvio a giudizio, cioè con riferimento a una fase iniziale del procedimento penale.
Appare evidente che l’orientamento generale della giurisprudenza è quello di dare alla norma sull’illecito professionale un’applicazione volta a tutelare soprattutto l’esigenza dell’ente committente di non negoziare con soggetti la cui affidabilità e integrità è messa in dubbio da comportamenti pregressi. E ciò anche se tali comportamenti non hanno ancora trovato una consacrazione in provvedimenti definitivi di natura giudiziaria. Detto altrimenti non è necessario che le inadempienze del precedente rapporto contrattuale o il comportamento anomalo in sede di gara siano state accertati con una sentenza di condanna, poiché l’ente appaltante può operare le sue scelte discrezionali – e quindi procedere all’esclusione del concorrente – anche a prescindere da tali accertamenti. Si tratta di un approccio che, nel privilegiare le esigenze degli enti appaltanti, tende a sacrificare maggiormente l’interesse degli operatori economici a partecipare alle gare. Tuttavia va rilevato che tale approccio appare per alcuni versi maggiormente in linea con le previsioni contenute nella normativa comunitaria. Quest’ultima infatti si limita a prevedere da un lato che costituisce causa di esclusione dalla gara l’aver posto in essere gravi illeciti professionali che rendono dubbia l’integrità del concorrente o essere incorso in gravi carenze nell’esecuzione di un precedente contratto di appalto; dall’altro che può essere escluso il concorrente che abbia cercato di influenzare indebitamente il processo decisionale dell’ente appaltante. In entrambi i casi è riconosciuto all’ente appaltante un ampio margine di discrezionalità nel dimostrare che il concorrente è incorso nei suddetti comportamenti, senza che la norma ponga particolari vincoli o condizioni alle modalità di tale accertamento.
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16/07/2018 – Italia Oggi

Appalti illeciti, chi risponde di paghe e contributi

I chiarimenti dell’Ispettorato nazionale sulle modalità di recupero delle somme non versate 

L’appalto è illecito? Il committente risponde incondizionatamente dei contributi, mentre delle inadempienze retributive risponde solo quando i lavoratori abbiano fatto ricorso a un giudice (altrimenti la responsabilità ricade solo sullo pseudo appaltatore). A precisarlo è l’Ispettorato nazionale del lavoro nella circolare n. 10/2018. Pertanto, gli ispettori sono tenuti a ingiungere al committente solo il pagamento dei contributi non versati per i lavoratori (calcolati sulla base del Ccnl del committente); per le scoperture retributive, invece, la diffida accertativa va adottata solo nei confronti dello pseudo appaltatore (calcolate in base al Ccnl applicato da quest’ultimo).

Appalti illeciti. Le istruzioni dell’Inl, condivise con il ministero del lavoro, l’Inps e l’Inail, mirano a garantire uniformità di comportamento degli organi di vigilanza per gli accertamenti, futuri e in corso, nelle ipotesi in cui, nell’ambito di appalti non genuini, vengano riscontrate inadempienze retributive e contributive nei confronti dei lavoratori impiegati.

Recupero retribuzioni. A differenza della previgente disciplina (legge n. 1369/1960), spiega l’Inl, in caso di appalto illecito il lavoratore non è considerato dipendente dell’effettivo utilizzatore della prestazione in via «automatica», ma subordinatamente al «fatto costitutivo dell’instaurazione del rapporto di lavoro, su domanda del lavoratore», mediante ricorso al giudice (ex art. 414 del cpc). Pertanto, in assenza di tale azione del lavoratore e della conseguente costituzione del rapporto di lavoro in capo all’utilizzatore (committente), l’ispettore può adottare la diffida accertativa esclusivamente nei confronti dello pseudo appaltatore, in relazione quindi alle retribuzioni non correttamente corrisposte in ragione del Ccnl dallo stesso applicato.

Recupero contribuzioni. Opposta è la faccenda sul piano del recupero contributivo: paga il committente. In tal caso, infatti, il recupero non è condizionato dalla scelta del lavoratore di adire l’autorità giudiziaria per avere il riconoscimento del rapporto di lavoro in capo all’utilizzatore. Perché in ambito previdenziale vale il principio secondo cui «l’unico rapporto di lavoro rilevante verso l’ente previdenziale è quello intercorrente con il datore di lavoro effettivo» (Cassazione n. 20/2016 e n. 463/2012). L’ispettore, pertanto, deve procedere a determinare l’imponibile contributivo dovuto per il periodo di esecuzione dell’appalto avendo riguardo al Ccnl del committente e al conseguente recupero nei suoi confronti, salvo quanto già pagato dallo pseudo appaltatore. Qualora non vada a buon fine il recupero nei confronti del committente, l’importo di quanto ancora dovuto a titolo di contributi può essere richiesto allo pseudo appaltatore.

Le sanzioni. Infine, quanto al regime sanzionatorio, l’Inl ricorda che sono state oggetto di depenalizzazione le fattispecie di reato riguardanti le ipotesi di appalto privo dei requisiti e oggi integrano casi d’illecito amministrativo per cui trovano applicazione la sanzione amministrativa di euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di lavoro sia nei confronti dello pseudo appaltatore che nei confronti del committente/utilizzatore. Stesso regime sanzionatorio trova applicazione anche qualora l’appalto illecito sia stato posto in essere al fine di eludere, in tutto o in parte, i diritti dei lavoratori. Esso esclude, inoltre, in radice la possibile applicazione delle sanzioni per lavoro nero e delle altre sanzioni amministrative legate agli adempimenti di costituzione e gestione del rapporto di lavoro.

BOLLETTINO BANDI

16/07/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Aggiudicazioni: Gemmo illumina la Zecca, Treviso recupera il mercato comunale

Mau.S.

In testa alle principali aggiudicazioni della settimana il project financing da 24 milioni per un centro sportivo a Cassano d’Adda affidato a In Sport

C’è il project financing per un centro sportivo in testa alle principali aggiudicazioni della settimana. Il contratto da 24,3 milioni per la gestione del centro giacinto Facchetti di Cassano d’Adda include oltre alla gestione, il progetto e i lavori di riqualificazione degli impianti. A conquistarlo è stata la società In Sport di Vimercate. L’avviso non specifica il ribasso offerto sulla base d’asta prevista dalla stazione appaltante.

Dalla Lombardia ci spostiamo a Roma dove Gemmo realizzerà il sistema di illuminazione dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Il contratto, partito da una base d’asta di 6,8 milioni, è stato aggiudicato a un prezzo di 4,3 milioni.

Treviso mette invece mano al mercato comunale. Il progetto di riqualificazione della struttura di vendita all’ingrosso situata in località Le Stiore è stato aggiudicato a un gruppo di imprese che include anche il big delle costruzioni metalliche Cimolai.

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